Autrice: Victoria, vincitrice del premio come Best Author al 3° turno dei Truly You Awards.
E-mail autrice: drusy83@yahoo.it
Pairing: Sawyer/Sayid
Rating: A.
Ambientazione: Prima stagione, versione alternativa dell’episodio Outlaws.
Riassunto: E se invece di Kate fosse Sayid ad accompagnare Sawyer nella caccia al cinghiale?
Attenzione: Contiene slash.
Caccia al cinghiale
di Victoria
“È stato un cinghiale?” chiese Kate in tono scettico.
“Era buio, ma sono sicuro: era un cinghiale.”
“Non avevano lasciato questa zona?”
“Be’, genietta, l’informazione era inesatta.”
“Cosa ci faceva nella tua tenda?”
“Stava lì a guardarmi. Poi mi è venuto contro, l’ho colpito ed è fuggito nella giungla.”
“Con il tuo telo? Forse vuole fare campeggio.”
“Ti stai divertendo?” ringhiò Sawyer fra i denti serrati.
Lei gli rivolse un sorrisetto insolente. “Sì.”
“Be’, ridi pure, Lentiggini. Ma se la mia roba è sparita, quando torno…” soggiunse Sawyer “…io vengo da te.”
Kate gli scoccò un’occhiata maliziosa e lo seguì con gli occhi mentre s’inoltrava nella giungla con lo zaino in spalla.
“Dove sta andando?” La voce di Sayid, materializzatosi accanto a lei apparentemente dal nulla, la fece sobbalzare.
“A vendicarsi di un cinghiale che ce l’avrebbe con lui.”
“Un cinghiale?”
“Già. L’ha assalito e ora Sawyer vuole andare a cercarlo.”
“Ma è assurdo. Quel cinghiale l’avrà sicuramente attaccato senza una ragione.”
“È quello che ho detto anch’io, ma lui proclama di voler pareggiare i conti.”
“Sawyer non sa niente di caccia ai cinghiali” disse Sayid. Sui suoi occhi scuri scese un velo che poteva essere di preoccupazione. “Finirà per perdersi nella giungla o peggio…”
Kate lo osservò curiosa con un mezzo sorriso. “Perché, ti sta a cuore?”
Sayid ricambiò il suo sguardo con la consueta espressione imperscrutabile. “Non direi.” Si voltò e si allontanò a passo elastico nella direzione opposta.
*****
Sawyer scrutò il suolo della giungla fino a farsi bruciare gli occhi. Sì, aveva trovato qualcosa. Si accovacciò, scostò un’enorme foglia verde e mise allo scoperto quella che era decisamente un’impronta.
Sapevo di potercela fare! Ce l’ho in pugno, il maledetto!
“È l’orma di un piede” annunciò Sayid, pochi passi dietro di lui.
Ma porca…!
“E in base al peso e alla distanza tra i passi, direi che hai seguito Boone per circa un’ora…”
“Senti—” attaccò Sawyer.
“…o Charlie, è più facile” concluse Sayid.
Continuava a ripetersi che aveva pedinato Sawyer per tutto quel tempo solo perché non voleva l’impiccio di dover organizzare una spedizione di soccorso il giorno dopo, ma in realtà cominciava a sospettare di avere a cuore l’incolumità del biondo. In fondo, la vita al campo sarebbe stata monotona senza Sawyer, senza le sue provocazioni, i soprannomi irritanti e fantasiosi che affibbiava a tutti, il suo pungente senso dell’umorismo…
“Mi delizia il tuo interesse per le mie faccende, Mohammed. È lusinghiero. Non offenderti quindi se ti chiedo—”
“Voglio carta bianca” esclamò Sayid, ripescando nella memoria l’espressione udita in un film. Il fatto che tenesse all’incolumità di Sawyer non significava che non potesse sfruttare la situazione a proprio favore.
Quando mai gli si sarebbe ripresentata l’occasione di poter trattare con Sawyer da una posizione così vantaggiosa?
“Che cosa vuoi?”
“Senza di me non troverai mai quell’animale. Nelle ultime ore sei finito sulle tracce di esseri umani, di un piccolo smottamento, di uccelli, te stesso… di tutto, insomma, tranne che su tracce di cinghiale.”
Sawyer si voltò e vide che l’altro aveva in faccia quel mezzo sorriso che tanto lo faceva imbestialire. Possibile che non avesse di meglio da fare?
“Stai girando alla cieca” disse Sayid, e come ci godeva a farglielo notare!
“Carta bianca…” ripeté Sawyer, come per sentire il sapore delle parole.
“Autonomia assoluta.”
“So che significa!”
“Accesso libero alle tue scorte – medicine, sapone, qualsiasi cosa – e senza discutere.”
Mentre parlava, Sayid era certo che Sawyer lo avrebbe mandato affanculo in mezzo secondo. Ma poi il biondo girò lo sguardo intorno, come cercando aiuto e consiglio nella giungla, e un lampo di cedimento guizzò negli occhi azzurri. Non la resa – non ancora – ma il solo fatto che stesse riflettendo sulla sua proposta era più di quanto Sayid si fosse aspettato.
Decise di… com’è che dicevano gli americani?… battere il ferro finché era caldo.
“Prendere o lasciare” disse, oltrepassando Sawyer e cominciando ad allontanarsi a passi astutamente misurati. Era già quasi fuori vista quando il biondo capitolò e gli gridò dietro:
“Va bene. Accetto.”
*****
Marciarono insieme nel caldo torrido della giungla umida, tormentati dagli insetti, coi vestiti intrisi di sudore.
Ogni tanto, Sayid si accovacciava e studiava le tracce sovrapposte impresse nel terreno molle. Sawyer sbirciava da sopra la sua spalla e vedeva tanti segni tutti uguali, ma Sayid li decifrava abilmente e si rialzava scuotendo la testa: niente cinghiale.
Ad un tratto, Sawyer incespicò in una radice e cadde, sporcandosi il viso di terriccio.
“Vuoi che ci accampiamo?” domandò Sayid, che nei suoi giorni da militare aveva sopportato addestramenti ben più estenuanti.
“Neanche per sogno!” ribatté il biondo, ripulendosi con gesti stizzosi. “E spicciati a trovare questa dannata traccia, mister Carta Bianca!”
“Non vuoi che ci accampiamo?” ripeté Sayid dopo qualche ora, notando che Sawyer anfanava e rimaneva indietro sempre più spesso.
Senza più fiato per rispondere, per schernirlo o brontolare, Sawyer si limitò a scuotere la testa.
Quando l’aria si rinfrescò gradevolmente e il cielo si accese degli spruzzi sanguigni del tramonto, per poi spegnersi a poco a poco, Sayid posò lo zaino e annunciò:
“Ci accampiamo qui.”
“No, andiamo avanti!” protestò Sawyer, con voce roca per il lungo silenzio.
“Ci accampiamo qui. Non marcerò nella giungla di notte.”
Allora Sawyer si lasciò cadere a terra. Gli doleva ogni singolo muscolo delle gambe. Si può morire di stanchezza?, si chiese.
*****
Per un po’, Sayid si gingillò con l’idea di mandare Sawyer a raccogliere la legna per il fuoco: era curioso di vedere se, pur di non confessare la propria debolezza, avrebbe accettato, oppure se lo spossamento avrebbe avuto la meglio sull’orgoglio.
Alla fine decise di non infierire.
“Vado a raccogliere la legna” disse, alzandosi con un movimento fluido e allontanandosi con andatura molleggiata.
Sawyer gli rispose con un grugnito e non si mosse. Dopo un po’, udì dei passi e il tramestio della legna accatastata per terra. Drizzò la testa e, guardando in direzione del rumore, scoprì che buona parte del suo campo visivo era occupata da un fondoschiena piacevolmente tornito rinchiuso in un paio di lisi pantaloni mimetici. Dato che Sayid era accosciato, intento ad accendere il fuoco, la stoffa si tendeva in una maniera deliziosa e invitava – praticamente implorava – pacche, pizzicotti e forse altro.
Ma che diavolo mi salta in testa? Questo è l’uomo che mi ha torturato e quasi ucciso e… però, mai visto un culo così!
A un certo punto Sayid, come percependo i suoi occhi addosso, si voltò di scatto, ma Sawyer si stampò in volto un’aria innocente e incontrò il suo sguardo senza batter ciglio.
*****
Cenarono in silenzio, senza spartire le provviste che si erano portati dietro, seduti ben distanti l’uno dall’altro come leoni guardinghi.
Quando ebbe finito di mangiare, Sawyer tirò fuori dallo zaino una minuscola bottiglietta di vetro chiaro, svitò il tappo e bevve un lungo sorso.
“Dove l’hai trovata?” chiese Sayid, mostrando per la prima volta un po’ d’interesse nei confronti del compagno.
“Sull’aereo.”
“Ne hai molte altre?”
“Io ho molto di tutto, tu invece carta bianca non ce l’hai ancora” gli rispose con un sorriso sornione.
A sorpresa, anche Sayid sorrise. “Era un no?” Si chinò più vicino al fuoco.
“Credevo che voi musulmani non beveste alcol.”
Sayid si strinse nelle spalle. “Ho commesso peccati peggiori.”
Alla luce delle fiamme, gli occhi di Sawyer scintillarono di una luce birichina.
“Ah, d’accordo, sceicco. Ma se vuoi bere, devi giocare” disse, facendo dondolare la bottiglietta con aria tentatrice.
“Giocare a che cosa?”
“Al gioco del mai.”
“Cosa?”
“Al gioco del mai” scandì Sawyer, avvicinandosi a Sayid e lasciandosi avvolgere in un chiaroscuro mozzafiato che danzava sui piani e sugli spigoli del suo volto al ritmo delle fiamme nel falò.
“Dovrei sapere che vuol dire?” chiese Sayid, che all’improvviso trovava difficile concentrarsi.
Sawyer gli passò la bottiglietta – quella che portava ancora l’impronta umida delle sue labbra – e ne tirò fuori un’altra per sé. “Direi che è un modo per conoscersi meglio. Ad esempio, so che non sei mai stato al college.”
“E questo chi te lo dice?”
“Se ci fossi stato, conosceresti il gioco.”
Sayid inarcò un sopracciglio e contemplò il liquido limpido racchiuso nel vetro che teneva in mano. Sawyer intuì che stava per cedere e lo incalzò:
“È semplice: devi dire ‘mai’ e finire la frase. Se è una cosa che hai fatto, bevi; se non l’hai fatta, non bevi.”
“A me sembra un giochetto insensato” obiettò Sayid, ma aveva un’aria divertita.
“Facciamo una prova” disse Sawyer. Parve riflettere un attimo, ma Sayid sospettava che fosse tutta scena e che avesse le domande pronte già dal primo momento in cui aveva nominato il gioco. “Mai torturato un uomo” disse alla fine, agitando la bottiglietta con noncuranza. “Tu devi bere, visto che l’hai fatto.”
Sayid lo fissò, cercando di captare le vibrazioni di rancore, ma non ne colse, così bevve un piccolo sorso. Il liquore discese bruciante nella sua gola.
“Tocca a te” disse Sawyer.
Sayid si scostò una ciocca di capelli dal viso e si tirò avanti leccandosi le labbra. Rifletté per un istante, poi disse:
“Mai lasciato intendere di essere andato al college, non essendoci andato.”
Sawyer stappò la bottiglietta e bevve con un gesto di resa. Tirò un sospiro e poi:
“Mai stato a Disneyland.”
Sayid si limitò a sollevare le sopracciglia e non bevve.
“Oh, che tristezza!” esclamò Sawyer.
Sayid si strinse nelle spalle, poi, scandendo le parole, disse:
“Mai indossato il rosa.”
Sawyer fece una smorfia e si portò la bottiglia alle labbra.
“Ero sicuro!”
“Negli anni ottanta” borbottò il biondo a mo’ di giustificazione. “Mai stato innamorato” disse dopo una breve pausa.
“Non ti sei mai innamorato?” ripeté Sayid.
“Ho forse bevuto?”
Sayid si portò la bottiglia alle labbra senza ulteriori commenti. Poi disse:
“Mai avuta un’avventura di una notte.”
Sawyer fece un gesto noncurante con la mano e tracannò a lungo.
“Alla salute, marinaio!” ridacchiò Sayid.
L’altro si staccò e riemerse tossendo. “Un sorso per ogni avventura.”
“Tocca a te” gli ricordò Sayid.
“Mai eseguito un ordine.”
Sayid gli scoccò un’occhiata a metà fra lo scetticismo e l’invidia. Mentre beveva, alle sue orecchie riecheggiarono i peggiori fra gli innumerevoli ordini che aveva eseguito, davanti ai suoi occhi lampeggiarono i volti delle persone che aveva… Ma non era il momento di pensarci.
“Mai scaricati su un cinghiale tutti i miei problemi.”
Sawyer bevve con un sospiro. Poi decise di restituire il colpo:
“Mai cercato di farmi dare carta bianca solo perché volevo passare un po’ di tempo con l’unica persona che non fa parte di quest’isola.”
Sayid lo guardò a lungo, sbatté le palpebre, poi cedette e inghiottì un’altra sorsata di liquido ardente. Cominciava a sentirsi girare la testa, e forse fu l’alcol in circolo nel suo organismo a parlare quando disse:
“Mai tentato con prese in giro e provocazioni di farmi odiare da chiunque tentasse di avvicinarsi a me solo perché non mi ritengo degno di essere amato.”
Il bianco degli occhi di Sawyer splendeva alla luce del fuoco. Poi chiuse le palpebre e bevve. Decise di ricambiare con un affondo altrettanto intimo. “Mai scopato un uomo.” La sua voce era più profonda e rauca che mai.
Si fissarono per molto tempo, immersi nel canto dei grilli, senza che nessuno dei due accennasse a muoversi.
Alla fine, rifiutandosi di staccare gli occhi da lui, Sayid si portò la bottiglietta alle labbra con aria di sfida. Quando abbassò il braccio, non smise di fissarlo, finché anche Sawyer cedette e trangugiò l’ultimo sorso. La sua bottiglietta era vuota. E notò che era la prima volta che bevevano tutti e due insieme, perciò ruppe il silenzio e disse:
“Be’, a quanto pare abbiamo qualcosa in comune.”
*****
Dato che erano accampati in piena giungla, bisognava che almeno una persona rimanesse sveglia per tenere acceso il fuoco e fare la guardia. Sayid si assunse spontaneamente il primo turno di veglia; Sawyer, esausto, si distese sul fianco voltandogli la schiena, e dopo neanche trenta secondi il suono sommesso e regolare del suo russare si unì ai mille scricchiolii della foresta.
Intanto Sayid, senza smettere di perlustrare con occhi vigili la radura circostante, rifletteva. Avrebbe voluto ponderare i misteri dell’isola, la problematica traduzione degli appunti della francese – Rousseau – o l’imbarazzante simpatia che Shannon aveva cominciato a dimostrare nei suoi confronti, invece la sua mente si ostinava a tornare all’irritante creatura addormentata a pochi passi da lui.
Non avrebbe mai dovuto ingurgitare tutto quell’alcol, Sayid, perché ora iniziava a gingillarsi con domande pericolose, tipo: perché Sawyer aveva tirato fuori quel gioco cretino (che c’era da sospettare avesse inventato sul momento)? Perché se n’era uscito con quella domanda, ‘mai scopato un uomo’?
È semplice: per umiliarmi.
No, non reggeva. Se avesse voluto umiliarlo, non avrebbe bevuto anche lui. Allora era possibile che intendesse trasmettergli… un messaggio?
Un ceppo che ardeva nel falò si spezzò in due con un crepitio secco. Una metà del ramo rotolò via e Sayid lo spinse con il piede di nuovo in mezzo alle fiamme. Sobbalzò, udendo un lamento soffocato, e solo dopo un attimo di atterrita incertezza comprese che non era il pezzo di legno a gemere, ma la figura raggomitolata accanto al fuoco.
Ho *decisamente* bevuto troppo.
Si alzò e si avvicinò a Sawyer con cautela, per timore che si trattasse di un trucco, ma nessuno avrebbe potuto fingere così bene: grosse gocce di sudore rigavano la fronte corrucciata e impiastricciavano le ciocche bionde, mentre le palpebre tremavano lievi sugli occhi serrati e le labbra erano sigillate così strettamente da essere sbiancate. Le braccia erano avviluppate intorno al busto, le mani contratte artigliavano spasmodiche la carne dei fianchi. Un mugolio inarticolato vibrava di quando in quando nell’aria.
“Sawyer” lo chiamò Sayid, toccato da quel quadro di angoscia. “Sawyer, svegliati.” Lui di incubi se ne intendeva, eppure neanche nelle sue notti peggiori riteneva di essere mai sprofondato in un simile abisso di terrore. Si chinò per toccargli la spalla e ripeté: “Svegliati, Sawyer.”
L’unica reazione che ottenne fu che una delle lunghe gambe ripiegate di Sawyer si tese di botto e scalciò contro le sue caviglie. Sayid non se l’aspettava: perse l’equilibrio e cadde addosso al biondo, che si destò di soprassalto e lo fissò per qualche istante con occhi vitrei, poi lo mise lentamente a fuoco nella penombra.
“Cosa cazzo…”
“Sawyer, io non—”
“Senti, Alì” attaccò Sawyer col suo tono più insolente. “Magari questo gioco del mai ti ha messo delle strane idee in testa, ma io sono etero.” Sembrava che il sogno non avesse lasciato alcuna traccia nella sua memoria.
“Non è come credi tu” lo interruppe Sayid, mordendosi un labbro. “Non è come credi. Stavi facendo un incubo e volevo svegliarti, però—”
“Okay, forse da adolescente ho avuto una vita sessuale un po’ caotica” continuò Sawyer, come se non l’avesse udito, “ma sono anni che rigo dritto, quindi se non ti disp—”
Ma Sayid non udì le parole: era troppo intento a seguire i movimenti della sua lingua, che s’intravedeva di quando in quando fra i denti, e per di più il quadro di un Sawyer ragazzino costantemente allupato era troppo vivido perché potesse concentrarsi su qualunque altra cosa.
“…perciò adesso vorrei tornare a dormire, sempre se non ti disp—”
“Chiudi il becco” lo zittì Sayid, posandogli un dito sulle labbra.
Sawyer, indignato, tentò di protestare, ma fu imbavagliato da una bocca umida e calda premuta all’improvviso sulla sua. Il bacio fu breve, perché il biondo lottava per liberarsi, ma intenso: tutto ciò che riguardava Sayid era intenso. Quell’uomo era l’intensità personificata.
Quando si staccarono, Sawyer riaprì gli occhi che non si era accorto di aver chiuso e scoprì che Sayid lo stava fissando in silenzio.
“Cazzo!” esclamò il meridionale con il suo accento più strascicato. Sayid s’inorgoglì quando distinse nella parola una punta di… sorpresa?, ammirazione?, piacere?
Le sue facoltà intellettive scivolarono pericolosamente al di sotto della cintura, nel cavallo dei pantaloni – divenuti tutt’a un tratto strettissimi – e allora Sayid puntò le mani a terra ai lati delle spalle di Sawyer e si scostò da lui.
Gli occhi azzurri, che catturavano lo splendore delle fiamme e lo riverberavano mille volte, sembravano incollati al suo viso. La punta rosea della lingua uscì ad umettare il labbro superiore e Sayid sentì l’impulso di tuffarsi ancora su quella bocca dolce.
“È meglio che torni a dormire” disse. La sfumatura aspra e nel contempo risonante della sua stessa voce lo stupì. Accennò ad alzarsi, ma una mano asciutta e forte lo afferrò per la spalla.
“Neanche per idea.” Con forza inaspettata, Sawyer lo attirò a sé. “Ormai sono sveglio, intrattienimi.” E schiacciò le labbra morbide sulle sue. Sayid, sorpreso, rimase inerte per vari istanti, concedendosi alla stretta salda delle mani abbronzate e alla lingua curiosa che gli stava esplorando la bocca. Sawyer era gustoso come l’acqua di sorgente e pulito come l’aria.
E cosa penserà lui del mio sapore? Gli piacerà? Gli piaccio?
Il sorriso sornione dell’americano quando si staccarono era molto eloquente al riguardo.
Sayid, mentre con gli occhi assimilava i lineamenti decisi del volto stupendo, allungò una mano ad impastare il fianco muscoloso attraverso la stoffa, appena al di sopra dell’anca. Le dita dell’altra corsero allo scollo della camicia e s’infilarono sotto, abbrancando fameliche la carne calda.
“Sawyer!” esclamò, scendendo in picchiata ad assaporare il sudore salato che gli imperlava la clavicola.
“Che c’è?” L’altro ansimava come dopo una lunga corsa.
“Niente. Solo: Sawyer!”
Sawyer scosse la testa e ficcò le dita nel groviglio di riccioli scuri. Sayid si spostò a mordicchiargli il lobo, su un sottofondo di bisbigli indistinti. Un’unica parola, pronunciata con più enfasi delle altre, arrivò all’orecchio e al cervello ottenebrato di Sawyer: fermami.
“Cosa? Perché dovrei?”
“Fermami ora” anfanò Sayid. “Se non vuoi andare fino in fondo, fermami ora, perché non so se tra un solo secondo sarò ancora in grado di smettere!”
Sawyer gli agguantò il viso per costringerlo a guardarlo in faccia.
“Se ti fermi, io muoio!”
E assaltò il bordo della sua canotta, sollevandolo freneticamente per rivendicare con le labbra ogni centimetro di pelle bronzea che esponeva. Sayid lo costrinse a staccarsi quel tanto che occorreva per sfilargli la maglietta dalla testa, così furono entrambi a torso nudo, petto contro petto.
Poi sfiorò con reverenza un capezzolo, che subito si raggrinzò. Nella penombra, la sua mano scura creava un gradevole contrasto contro il torace di Sawyer indorato dal sole. Sayid seguì con la punta di un dito la linea di divisione degli addominali finché non si scontrò con la cintura dei pantaloni. Non aveva mai visto una simile distesa di pelle vellutata a ricoprire muscoli guizzanti. Be’, sì, tecnicamente l’aveva vista, perché Sawyer si divertiva a girare spesso mezzo nudo, ma lui aveva sempre cercato di non guardarlo.
“Sei bello.”
Sawyer, che era riuscito ad infilargli le mani nei pantaloni e ora era tutto intento a massaggiargli le natiche, s’interruppe per un attimo. Sembrò sorpreso dal complimento. Diffidente. Ma l’espressione seria e assorta del partner parve rassicurarlo, perché a un certo punto sorrise mostrando le fossette e disse:
“Anche tu.”
Sayid si guardò: scuro e irsuto com’era, rappresentava in pratica l’opposto di Sawyer; la muscolatura più sviluppata lo faceva apparire compatto dove l’altro era snello e slanciato, anche perché era una spanna più basso di Sawyer. Non riteneva di essere brutto, questo no, ma di sicuro non si era mai considerato bello.
Eppure lesse negli occhi del compagno ammirazione sincera e… prima che potesse parlare, dita curiose assalirono il bottone dei suoi pantaloni, dita rimarginate di fresco, le stesse dita su cui lui aveva osato accanirsi e… no! Non era il momento del rimorso paralizzante. Era il momento dell’espiazione e del perdono.
Gli prese una mano, se la portò alla bocca e baciò una per una le unghie che non molto tempo prima aveva martoriato; poi gli prese l’altra mano e ripeté il gesto. Sawyer non fiatò, ma una vibrazione silenziosa lo attraversò. Sayid, stringendogli i polsi, lo guardò: una dolcezza sconosciuta splendeva negli occhi azzurri, insieme alla lussuria e al riverbero del fuoco da campo.
Sì, il momento del perdono.
E un attimo dopo Sawyer era di nuovo concentrato sul compito di slacciargli i pantaloni.
Quando ci riuscì, emise un piccolo fischio di apprezzamento che quasi bastò per proiettare Sayid oltre il punto di non ritorno.
“Non l’avrei mai immaginato, Abdul!” esclamò, strofinando il palmo contro l’asta massiccia e tesa per l’eccitazione. “Sei ben dotato, altroché!”
“Scommetto che tu non hai niente da invidiarmi” mormorò Sayid contro le sue labbra, armeggiando per slacciare la cintura. “No, non hai niente da invidiarmi” disse, vedendo l’erezione possente di Sawyer far capolino dalla patta.
Quando alzò gli occhi verso il viso di Sawyer, questi incontrò il suo sguardo con un sorrisetto sfacciato. Si dimenò per sfilarsi i pantaloni, ma Sayid, steso sopra di lui, lo impacciava, così prese lo slancio e ribaltò le loro posizioni.
Una corrente di eccitazione cantò nelle vene di Sayid, quando il peso di Sawyer lo schiacciò con la schiena contro il terreno molle.
“Vuoi stare sopra?” chiese.
Sawyer, però, scosse la testa. Le ciocche bionde gli ricaddero sugli occhi in una maniera de-li-zio-sa!
“Non stanotte” rispose.
Scalciò via gli stivaletti, si tolse i pantaloni a tempo di record, poi capì che Sayid era troppo intontito dalla lussuria per fare altrettanto, quindi finì di persona di spogliarlo.
Quando furono entrambi completamente nudi, Sawyer si stese supino e allargò le gambe in segno d’invito. Sayid si mise carponi e strisciò sopra di lui; gli baciò il collo, lo sterno, l’ombelico e la punta arrossata del membro. Un dito scese più in basso, a sfiorare il portale prezioso.
“Mi dispiace, non ho niente per…”
“Nel mio zaino… tasca inferiore…” anfanò Sawyer.
Sayid lo lasciò a malincuore, afferrò lo zaino con mani tremanti e, a furia di strattonare la cerniera, la spezzò.
Dopo qualche istante sprecato ad armeggiare, aprì la tasca inferiore e ne rovesciò il contenuto a terra: una sigaretta sbilenca, un foglietto scarabocchiato, due cerotti, un cioccolatino mezzo sciolto e una crema contro le scottature. Impiegò qualche attimo per riflettere, istupidito com’era dalla bramosia; poi prese il flacone di crema e tornò di corsa verso il biondo.
Ricominciò il dolce assalto del dito, incoraggiato dalla consapevolezza che non rischiava di far male all’amante.
“Amante!” mormorò, deliziandosi del modo in cui quella parola si snodava sulla sua lingua.
“Sì!” Sawyer sorrise e rovesciò la testa all’indietro. Ora due dita lo stavano allargando. Quando divennero tre, l’espressione di estatico abbandono sul suo viso vacillò per un attimo, ma subito dopo Sayid individuò nel suo corpo il punto esatto da stuzzicare e lo liberò da ogni disagio.
“Sei pronto?”
Per tutta risposta, Sawyer sollevò il capo e posò con inaspettata delicatezza la mano sul polso scuro.
“Che c’è?” domandò Sayid con voce strozzata, strappandosi a fatica dal corpo magnifico.
“Ne è passato di tempo per me.”
“Se hai cambiato idea, possiamo…” Gli si annodò la gola al solo pensiero di vedersi negare la beatitudine che sembrava ormai a portata di mano. Ma l’avrebbe fatto: se Sawyer gliel’avesse chiesto, si sarebbe fermato.
“No, ti voglio” rispose Sawyer con energia. “Però fa’ piano.”
Sayid non riusciva a parlare, quindi annuì e si chinò per baciarlo ancora, perché sembrava che non potesse saziarsi di quella bocca, e in fondo non era un male, no?, visto che Sawyer pareva entusiasta di ricambiare i suoi baci.
Mentre le bocche erano unite, Sayid si ricoprì l’erezione di crema e la posizionò all’entrata di Sawyer. Quando spinse, il piccolo gemito del biondo s’infranse contro le sue labbra e Sayid lo bevve come un assetato. Si sforzò di procedere più lentamente che poteva, anche se una parte di lui non desiderava altro che sbattersi dentro in un’unica mossa potente.
Sawyer, dal canto suo, si costrinse a rilassarsi. Quando scoprì che non provava alcun dolore, piegò le ginocchia e le usò per pungolare i fianchi di Sayid come fosse un cavallo. E che cavallo!, pensò. Uno stallone arabo, direi. Ah, questa sì che è buona!
Sarebbe anche scoppiato a ridere, ma l’invasione di Sayid proseguiva con straziante lentezza, così si aggrappò alle sue spalle e lo incitò con voce rauca:
“Presto, non ce la faccio più!”
Sayid, lieto di obbedire a quel comando, si cacciò dentro fino in fondo e studiò il viso del partner in cerca di qualche segno di fastidio: non ne trovò. Allora si tirò indietro, sollevò le gambe di Sawyer sopra le proprie spalle e sprofondò di nuovo nella carne accogliente. La nuova posizione gli permetteva di spingersi ancora più in profondità.
Ad ogni affondo, i due si ritrovavano petto contro petto e i peli ispidi sul torace di Sayid raschiavano il torso liscio di Sawyer, i suoi capezzoli delicati. Era una bella sensazione. E anche la carezza dei riccioli scuri piovuti sulla sua guancia era molto piacevole. I capelli di Sayid profumavano di una fragranza indefinibile. Ma il godimento più intenso nasceva senza dubbio dentro di lui, nel punto che la carne di Sayid tormentava così abilmente. Sawyer non aveva mai avuto un amante così… l’unica parola che gli venisse in mente era: fantastico.
Si accorse di essere aggrappato alle sue spalle poderose come ad un salvagente in una tempesta e si costrinse a staccare una mano per scendere con dita furtive verso il proprio cazzo eretto, che, ballonzolando tra i loro corpi, cercava di attirare l’attenzione.
Sayid gli bloccò il polso nel pugno d’acciaio.
“Ti prego, ne ho bisogno!”
Sayid gli mordicchiò il mento. “Lascia che me ne occupi io.”
Il biondo annuì come un disperato e allontanò la mano incriminata, posandola sui muscoli guizzanti nel fianco bruno.
“Ti prego, Sharif, adesso!”
Sayid fece una smorfia. Non gli piaceva che Sawyer lo chiamasse con tutti quei nomi che non erano il suo, nomi che gli tirava addosso solo perché avevano un suono orientale, e gli piaceva ancora meno che lo facesse mentre erano a letto insieme. Okay, tecnicamente non c’era nessun letto, ma… ma non era quello il punto!
“Prima di’ il mio nome.”
Sawyer sollevò le palpebre sugli occhi quasi rovesciati all’indietro per la passione. “Cosa?”
“Di’ il mio nome.”
Un sorrisetto di sfida increspò le labbra del biondo. “Omar?”
Sayid prese lo slancio e sbatté i fianchi in avanti con tanta forza da strappargli il respiro. Ma Sawyer, dopo un gemito che sembrava il lamento di un moribondo, boccheggiò:
“Di più. Più forte!”
“Di’ il mio nome” articolò Sayid, con quella sua caratteristica maniera di scandire le parole.
“Altrimenti?”
“Altrimenti non ti toccherò” lo minacciò, mordicchiandogli il labbro, “…uscirò immediatamente…” proseguì, succhiandogli il lobo dell’orecchio, “…e non mi avvicinerò mai più a te!” concluse, strattonandogli un capezzolo con le dita.
“Non lo faresti mai.”
“Vuoi mettermi alla prova?” Sayid si tirò indietro e Sawyer contrasse i muscoli interni nel disperato tentativo di trattenerlo.
“Ti prego, non farlo… non lasciarmi… ti prego!”
“Di’ il mio nome” ripeté Sayid, ormai completamente fuori.
“Sayid, Sayid, Sayid” intonò come un mantra, mentre con un sogghigno Sayid sbatteva di nuovo dentro di lui. “Sayid!” boccheggiò, quando le dita piacevolmente ruvide di Sayid si chiusero intorno al suo membro. “SAYID!” urlò mentre il piacere accecante si schiantava su di lui.
*****
Quando ridivenne cosciente di sé, tenendo gli occhi chiusi, Sawyer percepì che l’amante era ancora dentro di lui, ma si stava ammorbidendo: dovevano essere venuti insieme. Non gli era mai capitato prima, con nessuno dei suoi partner, né donne né uomini.
Con nessuna creatura al mondo aveva sperimentato l’alchimia perfetta di corpi e anime che ora trovava con Sayid.
Sentendo un movimento sopra di sé, aprì gli occhi. Sayid stava cercando di districarsi dal groviglio di membra che avevano formato.
“Che fai?” chiese Sawyer, tornando sul chi vive.
“Mi sposto. Non stai scomodo?”
“Mi tira qualcosa dietro un ginocchio, ma non… importa.” Inutile: Sayid era già fuori di lui e la brezza notturna della giungla sembrava fredda sulla pelle sudata.
“E ora che faremo?”
“Ora è meglio dormire” rispose Sayid, e Sawyer si chiese se lo avesse frainteso apposta o per semplice stupidità. “Domani dobbiamo essere riposati per la caccia al cinghiale.”
“Caccia al cinghiale?” Nel frattempo, Sayid si era rivestito e ridisteso supino accanto a lui, con la schiena dritta e rigida, le braccia abbandonate lungo i fianchi.
“Il cinghiale che ce l’ha con te. O te ne sei già dimenticato?”
“Ah, quello! Certo però che è proprio un’idea cretina, che un cinghiale possa avercela con qualcuno.” Sayid si voltò a fissarlo senza commentare. Sawyer si concesse una mezza risatina. “Non so cosa stessi pensando. È ovvio che mi ha attaccato senza una ragione.”
Poi colse il cipiglio interrogativo di Sayid e spiegò:
“Credo che sia appena morto un demone del mio passato.”
“Allora adesso non avrai più incubi?”
Sawyer esitò. Poi, scorgendo sul suo volto un’aria di sincera preoccupazione, prese coraggio e rispose:
“Se mi tieni stretto, sicuramente no.”
Fine
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, so che sono in tremendo ritardo con la lettura e spero di leggere anche le altre al più presto 