[Supernatural]Stardust (M;AU, Spoiler, Waff, WIPP) Cap:3

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[Supernatural]Stardust (M;AU, Spoiler, Waff, WIPP) Cap:3

Postby Cassandra Phoenix Nova on May 3rd, '07, 16:13

Titolo: Stardust.
Fandom: Supernatural
Rating: M
Categorie: M, AU, Spoiler (blandi), Waff.
Capitoli: finora 3

Prologo


Il suo nome era Hester ed avevi letto da qualche parte, forse in uno dei tanti libri strani che tuo padre impilava sul pavimento della camera da letto, che significava “Stella” e lei lo era, un stella. Non era la più bella ragazza su cui avessi posato la sguardo, non era neppure la più eccitante a livello fisico, ma quella sua pelle diafana e quei capelli scuri, sembravano l’involucro d’un’anima di luce. Era eterea, come la sua voce pacata che s’udiva nell’ aula, mentre esponeva la lezione diligentemente studiata. Era inviolabile e ti sentivi in colpa a desiderarla, eppure quasi ogni notte chiudevi gli occhi e lei era davanti a te, nuda e le tue labbra sfioravano il suo seno ed il suo ventre e la possedevi, pur essendo lei così pura e perfetta; al mattino era tuo fratello a destarti accigliato e tu madido di sudore, eri costretto a correre in bagno.
Tuo padre aveva intuito qualcosa: non conosceva Hester, ma le polluzioni notturne sì. Cercò di parlarti del sesso sicuro e per la durata di quel dialogo, tu rimpiangesti la caccia ai demoni; ti sembrava più naturale di John che balbettava frasi sui “sentimenti” e sull’ importanza di “non correre determinati rischi”.
Hester viveva nella beata ignoranza della tua infatuazione; restasti in quella scuola per circa sei mesi -il tempo di ripulire la città ed i boschi limitrofi- e ti rivolse la parola non più di sei volte, cinque delle quali erano per ragioni meramente scolastiche. Era lei a ritirare i compiti che avevi copiato o che non avevi fatto.
“Cosa dico al professore?” domandava con un sorriso complice.
Il cuore perdeva un battito. Lei pareva aver in pugno i tuoi organi, per torcerli e torturarli a suo piacimento e la cosa grave era che l’idea non ti spiaceva affatto: per un altro sorriso, le avresti dato la tua dignità!
“Ero indaffarato” rispondevi.
Hester diveniva seria, si preoccupava nel vederti distratto, a volte assente a scuola, ma era timida quanto te ed annuiva, proseguiva il suo giro e tu restavi immobile ed immaginavi di dirle ogni cosa: che ti piaceva, che la sua voce era un suono ipnotico, che se la fissavi alla mensa, perdevi l’appetito e sentivi la gola secca. Non l’hai mai detto, neanche la sesta volta in cui vi parlaste, il giorno prima che tu facessi i bagagli con tuo padre e tuo fratello.
Svuotavi l’armadietto e non avevi per la testa lei. Strano, vero?
Quello che vuoi arriva, quando smetti di inseguirlo.
“Tuo padre ha trovato un lavoro nel Wisconsin, allora” era un modo indelicato d’iniziare una conversazione, ma vedendola e sentendola così vicina, furono altre le tue preoccupazioni.
“Sì”.
Una risposta illuminante.
“Sai, mi mancheranno le tue scuse per evitare d’essere chiamato alla lavagna” le labbra increspate nel suo adorabile sorriso, avevi creduto di non reggere, combattuto fra il desiderio di prenderla fra le braccia e di dichiararle la tua incondizionata devozione.
“Mancheranno a tutti”.
Hester aveva sfiorato la tua spalla, un gesto gentile e fu simile ad un infarto.
“Ascolta, perché non andiamo al bar fuori dalla scuola” era chiaro che stava facendo violenza alla propria discrezione per parlare così: “Un posto carino, pulito e fanno del buon caffè. Potremmo salutarci lì”.
Mezz’ora in un bar, solo con Hester; Sam ti prendeva in giro chiamandola “Santa”.
Nessuno avrebbe notato un trascurabile ritardo.
Tu, però, eri pieno di dubbi: tuo padre si sarebbe preoccupato o forse Sammy era rientrato solo e chissà che poteva combinare.
Se t’avesse invitato con un preavviso, ti saresti organizzato, ma in quella situazione proprio non potevi.
“Non posso, mi dispiace” quanto eri sincero con lei e come era facile esserlo: “Devo badare a Sammy e fare un po’ di cose”.
Hester aveva tolto la mano, era offesa?
Ne aveva il diritto.
“Spero di rivederti un giorno” bisbigliava con gli occhi bassi: “Auguro ogni bene a te ed alla tua famiglia”.
“Grazie”.
Non avevi neppure ricambiato!
Idiota, t’eri ripetuto durante la sera e per il viaggio, idiota!
-Spartano!
-Sì, mia signora?
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Postby Cassandra Phoenix Nova on May 3rd, '07, 16:15

I

Harmony, Ohio.
22 Marzo, oggi.

Era umiliante sedere al bar “Sweet Things” nella ridente località di Harmony. Dichiarare su una rete nazionale d’avere disfunzioni erettili sarebbe stato più dignitoso, ma non v’erano altri locali in quel imbarazzante villaggio ed il motel in cui soggiornava portava l’evocativo di nome di “Sugar Stars”.
Non poteva esserci nulla di peggio, qualcosa che fosse lentamente immaginabile a quella melliflua, dolciastra città.
“Benvenuti all’Inferno” aveva commentato oltrepassando il cartello dalle delicate tinte pastello.
“Piantala, Dean” l’aveva rimproverato Sam: “Non trovi positivo che le strade siano pulite, i parcheggi ordinati ed i semafori funzionanti?”
“No, assolutamente no. Assomiglia ad un film horror” aveva ribattuto tranquillo: “Guarda, i muri intatti e quel negozio, l’hai notato quel negozio?”
“Vende abiti femminili, cosa t’aspettavi? Un manichino con la frusta?” aveva sospiro Sam.
“Mi pare ovvio”.
La battuta ironica doveva concludere ogni diverbio, per minimizzarlo e perché lo faceva sentire incredibilmente brillante, almeno da solo - sistemato ad un tavolo dove campeggiava un vaso di lillà- poteva ammetterlo, alla faccia della modestia.
“Avevi ordinato del caffè nero, figliolo?” chiosò la proprietaria, chinandosi appena verso di lui. Era una delicata vecchina ossuta, i capelli bianchi stretti in uno chignon sulla nuca ed un filo di perle al collo; era curata nel vestire ed emanava un gradevole profumo di anice. Era la nonna delle favole.
“Sì, grazie” disse Dean, profondamente a disagio innanzi a tanta amabilità; le rughe del suo viso non toglievano freschezza alla faccia pallida, ove brillavano grandi occhi bruni.
La donna annuì e s’avviò nella cucina, dietro lo splendente pancone bianco a forma di U. Non v’erano briciole sul pavimento rosa, ma anzi vi si poteva scorgere la propria immagine, le zuccheriere erano colme, i tovaglioli di carta piegati a triangolo su tovaglie di stoffa dai ricami floreali.
Alle pareti, d’un color crema elegante, v’erano stampe d’inizio secolo incorniciate e la fotografia della ferrovia di Harmony.
Dean non osò figurarsi il bagno (anzi la toilette) di un simile tugurio per adolescenti innamorate e gay d’avanspettacolo.
Sistemò i gomiti sul tavolo ed appoggiò la testa fra le mani, socchiuse gli occhi e maledisse la sosta fuori programma e qualsiasi altra cosa leziosa che conosceva.
Un colpo lieve contro l’ampia vetrata del “Sweet Things”; non vi prestò attenzione, potevano lanciare una bomba al suo interno: lui si sarebbe limitato a salvare la vecchia.
Un ticchettio insistente, ritmico. Alzò lo sguardo e la vide: una giovane donna dai capelli neri, che sorrideva, tamburellando le dita sul vetro.
Le donzelle di Harmony avevano una maniera assai ardita di rimorchiare, si disse Dean, ma dato che le occasioni di svago divenivano sporadiche, s’affrettò a ricambiare il saluto con entusiasmo.
Lei con l’indice fece un cenno: intendeva entrare.
Non perdeva tempo la signorina. Compiaciuto del proprio fascino, annuì e spostò la giacca di jeans dalla sedia alla sua sinistra.
Lei varcò la soglia con tranquillità: indossava pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica, aveva una borsa a tracolla ed avanzò in direzione del bancone, Dean ovviamente si volse a guardarla.
Non era una bomba atomica del sesso, ma passibile, ponderò, seno prospero ma naturale, non magra da sembrare un insetto secco, ma neppure obesa. Era pallida come un cencio, ma carina.
“Signorina Pryne, buongiorno!” disse ad alta voce la nuova arrivata. Il tono era cordiale, eppure impercettibilmente teso.
“La signora arriverà presto” disse a quel punto lui: “Posso offrirti qualcosa?”
Gli si parò davanti, con un bel sorriso: “Suppongo che ritirerai la tua richiesta, adesso” replicò divertita.
Dean la squadrò per bene e scosse il capo: “Decisamente no: chiedi ed io esaudirò” soggiunse con calcolato candore.
“Dean Winchester, tu non hai mai tempo per andare al bar. Ricordi?”
D’un tratto rammentò quel volto: la sua prima cotta!
Erano passati molti anni, erano accadute troppe cose e lui aveva vissuto centinaia d’avventure, però quella proposta così stupidamente declinata gli tornò alla mente in un attimo.
“Potevo scordarti?” ribatté Dean, facendole segno di sedersi; scartabellò nella memoria il suo nome, ne aveva in lizza tre, non poteva rischiare: “Oggi ho tutto il mio tempo a tua disposizione”.
Il gioco sarebbe durato poco, sospirò: doveva ricordare il suo nome!
La ragazza rise e sedette davanti a lui: “Come ti sei trovato nel Winsconsin?” chiese sistemando la borsa contro una gamba del tavolo.
“Bene. Sono qui con Sam per una… Breve sosta” rispose lui.
“Parli di tuo fratello, vero?” fece di rimando lei: “Sono contenta che vi siate fermati qui”.
“Io pure”.
Il bluff non poteva durare in eterno, come si chiamava il suo primo amore: Estella? Elaine? Marta?
“Mia sorella è rimasta a New York, vuole laurearsi in Giurisprudenza; io ho aperto una libreria proprio qui. È piccola, ma ne vado orgogliosa” raccontò con disinvoltura: “Ti sto annoiando?”.
Divenne seria: un brutto segno.
“Come potresti?”
La signorina Pryne si degnò d’uscire dalla cucina, con un vassoio di legno davanti al viso.
Dean si domandò se l’avesse confezionato fra l’ordinazione e l’arrivo della sua ex fiamma spenta sul nascere.
“Bambina cara” cinguettò vedendola: “Posso prepararti una tazza di tè?”
“La ringrazio, fra poco aprirò la libreria” la voce era formale, non serena. C’era qualcosa che inquietava l’atmosfera apparentemente idilliaca.
“Porterò anche dei biscotti, Hester: convinci questo giovanotto a fare colazione” e guardò Dean quasi fosse suo nipote: con indulgenza affettuosa.
Non ci badò, Dean, l’angelica Pryne aveva svelato l’arcano.
“Puoi convincermi a fare qualunque cosa, Hester” sorrise sornione ad entrambe.
La Pryne pensò bene di dileguarsi nuovamente, lasciando Hester a fissare Dean maliziosa: “Non conservi i diari, vero?” disse.
“Cosa?”
“Se l’avessi fatto, ti saresti ricordato il mio nome” rise lei: “Sono utilissimi in certi casi. Sono Hester Miles, abbiamo frequentato il corso di Storia e Letteratura insieme, circa tredici anni fa”.
“Quello lo sapevo” ammise Dean: “Non ho mai avuto un diari, né un annuario, ma mi ricordavo di quando fui così stupido da rifiutare l’invito della ragazza più carina della scuola”.
La vide schernirsi con aria impacciata: “Volevo dirti addio, ma è stato necessario” minimizzò.
“Ti sei trasferita da molto?”
Non riusciva a credere che una persona mentalmente sana scegliesse di vivere in una scatola di cioccolatini.
“No, da cinque anni” spiegò Hester: “Sono arrivata qui con un mio amico, ma lui è andato via. Desideravo un po’ di pace, ero stanca della città, delle sirene della polizia e delle faide fra bande”.
Dean tacque: non c’era niente da contestare.
“Mio padre aveva un emporio… Sai quei locali di quartiere dove si trova di tutto, no?” aggiunse Hester ed il suo sguardo diventò duro e triste, sembrava sul punto d’urlare o di scoppiare in lacrime: “Non ho mai conosciuto un uomo più onesto: sgobbava da mattina a sera, senza sosta. Era buono, era corretto. Era un lavoratore. Una sera sono entrati questi quattro ragazzi e gli hanno detto di dargli della birra, ma non hanno pagato, lui li ha richiamati e quelli hanno sparato. Erano minorenni, e di una maledetta banda!
Un cliente ha avvisato la Polizia mezz’ora dopo.”
“Li hanno presi?” fu ciò che riuscì a pronunciare.
“Sì, ma non m’importava niente di loro. Per me contava mio padre. Un brav’uomo è morto?
Chi se ne frega! Un dato statistico, ecco cos’era” proseguì a voce più alta Hester.
“Saranno stati arrestai e processati, no?”
Hester scrollò le spalle: “Potevano anche riempirli di medaglie, non conta: hanno ucciso mio padre. Sia quel che sia loro, ma di lui… Di lui cosa mi hanno lasciato?”
Calò un silenzio glaciale. Dean poteva capirla e forse avrebbe trovato delle parole adatte alla situazione, ma il dolore che avvertiva in sé e che vedeva in lei lo frenava: avrebbe piagato una ferita già slabbrata. Non si conoscevano quasi e la sua spalla non era fra le più rassicuranti.
Le frasi di circostanza sarebbero state disgustose, in particolare se pronunciate da lui; aveva qualche vaga reminiscenza di sua madre: il suo canto soffuso per addormentare Sammy, la sua dolcezza; ebbe voglia di parlarne, di rispondere che lui, ad esempio, rimpiangeva i suoi genitori tutti i giorni; all’alba scorgeva per un attimo la mamma, china su di lui, pronta a baciarlo sulla guancia ed a ordinargli di scendere a fare colazione. Era sempre un malia, un gioco di luce che ingannava il suo cuore. Lei non c’era. Non ci sarebbe più stata.
La signorina Pryne rientrò con il tè ed i dolci, li dispose sul tavolo, fissò entrambi come se dovesse prendere le misure per gli abiti delle nozze e s’eclissò con discrezione.
“Tu hai il suo amore” azzardò infine.
“Non mi basta! Io lo rivoglio indietro: non meritava…” deglutì e strinse i pugni. Si ricompose: “Scusa”.
Dean fece un cenno col capo; era tutto sommato tollerante: se qualcuno avesse ucciso suo padre in una rapina, non avrebbe fatto arrivare i colpevoli al processo, Hester al contrario li considerava esseri invisibili.
Una soluzione più civile, senza dubbio.
“Tuo fratello si chiederà che fine hai fatto” esclamò d’un tratto, addentando un dolcetto.
“No, sta dormendo nel suo lettuccio” negò Dean con vivacità.
“Qui si può riposare” bisbigliò lei quasi fra sé e sé.
“Basta sdraiarsi per farlo”.
“Parlavo del vero riposo, una sospensione delle emozioni… L’hai mai provata?”
Dean fece un gesto vago, che poteva significare qualsiasi cosa.
Hester si portò la tazza alle labbra.
Chiacchierano un po’ dei bizzarra scelta dei nomi, dei ragazzi d’una volta che non sparavano come forsennati nelle scuole e di altro ancora e Hester sembrava disgustata dalla violenza che attribuiva soltanto ai grandi centri urbani e dei criminali non sapeva che farsene, lei si concentrava sulle vittime.
Era ancora bella, eppure qualcosa in lei era mutato, ma non per l’età. Era come un vaso sbrecciato.
La morte del padre era stato il colpo e da quel momento, quella “stella” della sua adolescenza era caduta e s’era sporcata con la realtà.
Pensarlo lo faceva sentire un egoista, insensibile; senza contare che l’aveav subissata di domande e constatazioni cretine, unite a frasi d’abbordaggio facile; per un soffio non l’aveva confusa con la sua seconda cotta, che era Estella o Marta. Non l’aveva consolata, non aveva quasi badato a quello sfogo così sofferente e sincero, in apparenza.
Ricordava persino il nome di Sammy e lui aveva ignorato il suo.
Hester si congedò e lasciò “Sweet Things” con una stretta di mano.
Non era cambiata fisicamente, ma c’era una nota stonata in lei e mentre rientrava al motel, Dean la scovò: Hester non era una persona innocente.
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Postby Cassandra Phoenix Nova on May 3rd, '07, 16:16

II

Era una concatenazione d’eventi perfettamente naturale od un segnale inquietante?
Per la prima volta, Dean Winchester non era sicuro, né riusciva a dare un nome a quello che provava ad Harmony.
Entrò nella stanza del motel e scostò le tende bianche, la luce del Sole illuminò i letti, entrambi sfatti e vuoti.
“Sammy?” chiamò ad alta voce.
“Sono in bagno, dove sei stato?” fu la risposta del fratello.
“Nel più cupo abisso dell’ anima umana”.
“Piantala” sbuffò l’altro e lo scroscio dell’acqua interruppe la conversazione.
Dean si accomodò su una poltrona, reclinò la testa all’indietro e tentò di trovare un filo logico all’assurda situazione: l’auto era stata riparata, anzi, si poteva affermare che andasse meglio di prima, lui era un ottimo meccanico ed in un motel -dove non c’era l’ombra di una prostituta- poteva ammetterlo, alla faccia della modestia.
La possibilità che il motore facesse dei rumori allarmanti, proprio nei pressi della terrificante città era pressoché nulla: si può essere nati sotto una cattiva stella, si può inanellare una pregevole sequela di sventure, ma capitare in quella ributtante anticamera del paradiso per casalinghe disperate era francamente troppo, per chiunque.
Era successo, invece e Sam era sceso lieto dall’Impala ed aveva domandato al proprietario d’una officina un parere. Un consulto che Dean non aveva richiesto, che anzi l’aveva intimamente offeso. Lui avrebbe rimesso in sesto il veicolo, non terzi incomodo. L’uomo era garbato e cordiale, ovviamente. La tuta da lavoro era unta, i capelli bianchi ed il sorriso rassicurante. Non aveva azzardato ipotesi, s’era chinato verso Dean, che al posto di guida guardava volutamente altrove ed aveva chiesto: “Secondo lei, cosa potrebbe avere questa bella signora?”
“Lei è il meccanico, io il cliente, no?” aveva ringhiato, con un sorriso sarcastico: “Oltre a farle sapere il modello, devo per caso ripararla qui e pagarla per il sostegno morale?”
Quello non s’era minimamente scomposto: “Sono anni che non curo una cheevy Impala del 1967, il parere di un esperto, che per di più la guida, fa piacere” aveva chiosato bonario.
Sam aveva accennato delle scuse a nome d’entrambi, ma subito la vecchia volpe s’era schernita:“Per carità! La macchina è vostra, la sapete trattare, se posso essere di qualche utilità, tornate qui”.
“Il prezzo della cortesia?” aveva chiesto Dean, il tono mellifluo e falso, in attesa della fregatura.
“Se dovesse prendermi più d’una giornata di lavoro” lui s’era grattato il capo, quasi confuso:“Cinque dollari”.
“Cinque dollari?” avevano ripetuto all’unisono i Winchester.
Il primo fatto assurdo.
Erano andati alla ricerca d’una stamberga dove passare la notte, mentre il veniale signor Horbe (così si chiamava) revisionava la Winchester-mobile.
Giunti nei pressi dello “Sugar Stars” avevano trovato un parcheggio quasi deserto ed una bambina che giocava a palla contro il muro d’uno degli appartamenti.
“Pedofilia?” aveva sussurrato Dean. La parola stessa lo ripugnava.
“Maggie, è ora di cena” aveva urlato una voce femminile.
La piccola aveva fermato la palla: “Arrivo mamma” ed era sparita dietro una porta.
“O una ragazza madre che non può permettersi altro per la figlia?” aveva sibilato Sam.
Il motel era di proprietà del ospitale Mike Spada: un obeso e gaudioso omone, che neppure contemplava l’idea di formalizzare gli approcci: varcando la hall, accomodandosi su una poltroncina o suonando il campanello, s’entrava a far parte della sua cerchia d’amici.
“Una stanza, con due letti singoli” aveva ripetuto scrivendo sopra un consunto registro dalla copertina di cuoio: “C’è una tv, ragazzi, ma non il DVD; attacco per la connessione a banda larga, qualsiasi cosa significhi, un frigobar e poi il bagno. Sono tre dollari a notte, quattro se farete colazione di là, nella saletta, con gli altri”.
Cinque dollari per rimettere in strada un gioiello dell’arte automobilistica e quattro per riposare in una gradevole stanza, arieggiata da un’ampia finestra, con bagno, TV e telefono perfettamente funzionanti.
Era pazzesco.
“Gli altri” mormorò Dean, chi mai potevano essere questi “Altri”?
Maggie e sua madre? Il signor Spada? Un branco di famelici cannibali?
Non s’era fidato ad entrare nella sala, al risveglio: aveva udito la voce squillante della mocciosa ed altre a lui sconosciute, insieme al tintinnio di posate.
Era uscito a fare due passi, ma aveva veduto quanto bastava: un poliziotto di colore che sorseggiava un caffè davanti alla stazione di Polizia, una signora che leggeva il giornale ad una panchina, un’edicolante educato.
Una follia.
Hester, poi, gli era piombata davanti con la sua aura da deliziosa ventenne, per tacere della signorina Pryne!
C’era qualcosa di segreto a Harmony, lo sentiva, lo respirava. Era il suo intuito a dirlo e non era niente di buono.
D’improvviso, comprese che Hester doveva far parte del mistero e ciò lo disgustò.
L’adolescente timida, la studentessa silenziosa della quinta fila, la sua prima cotta, era invischiata in qualcosa d’occulto.
Fu arduo crederlo: gli occhi di Hester erano più tristi, ma ugualmente indulgenti, in lei si sarebbe detto che non v’era niente di malvagio, così come nel signor Horbe, nel signor Spada e nella piccola Maggie. Erano un abbaglio, un inganno orchestrato da un essere abbastanza potente da incantare persino Sam. Erano maschere.
Avevano giocato la carta di Hester, Dean cacciava da anni e conosceva quei trucchi.
Iniziò a togliere la patina di lindore e freschezza da Harmony. Scavò nei visi intravisti, negli sguardi incrociati e sorrise compiaciuto.
“Hai rimorchiato, per caso?” esordì Sam, cercando nella borsa da viaggio una maglietta pulita o quasi.
“No, fratellino. Ho visto Hester, tu sicuramente non sai chi sia…”iniziò a spiegare il maggiore e si passò una mano fra i capelli, non era semplice spiegare cosa fosse stata Hester per lui.
“La tizia che a quindici anni ti faceva andare in tilt. La ricordo eccome” ridacchiò Sam, gli lanciò un’occhiata complice, prima di vestirsi.
“Come? Il suo nome lo ricordavi?” si stupì l’altro.
“Cos’ altro dovevo ricordare?”
Si fissarono in silenzio.
“S’è sposata” fu la deduzione di Sam davanti al pessimo umore del ragazzo.
Dean scosse la testa: “No, ha una libreria” disse stizzito.
“Una bella cosa” commentò diplomatico.
“In un paese come questo, certi volumi li metteranno al rogo” replicò Dean rabbuiandosi: “Rivederla, alla luce dei fatti, mi fa riflettere”.
“Che fatti?”
“Ho la sensazione che questo sia un villaggio di demoni di rango inferiore e temo che Hester non sia una vittima, ma abbia ceduto l’anima per vendetta”.
“Calma… Di cosa diavolo parli?” lo bloccò Sam, perplesso, sedette alla scrivania, pareva contrariato.
“Avanti, è così semplice” Dean s’alzò e fronteggiò il fratello: “Il padre di Hester è stato ucciso, l’ha detto lei stessa a me. La Giustizia umana non poteva fare nulla. Lei voleva che gli assassini fossero veramente puniti, ma non da un tribunale e così ha dato se stessa in cambio del sangue di quei bastardi”.
“Ha evocato dei demoni guardando ‘Buffy’?” chiese Sam.
“Volere è potere. Pensi che i Winchester siano i soli al mondo ad esserne a conoscenza?” lo sfidò Dean.
“No, ma se proprio era così assettata di morte, li avrebbe fatti fuori lei” obiettò il minore.
“Hai presente Hester?” la risata di Dean era amara e tagliante: “Lei con un’arma in mano è come figurarsi Topolino che fa sesso”.
“In un orgia di demoni, al contrario, è perfettamente credibile”.
Dean tacque: le orge, Hester, non le aveva mai fatte nella sua fantasia di quindicenne, tranne una volta, quando a loro s’erano unite un paio di cheerleaders…
“Non s’è scopata i demoni. Gli ha dato l’anima” precisò.
Sam scoppiò in una fragorosa risata.
“Non mi credi?” lo incalzò furibondo Dean.
Sam si ricompose: “No” replicò: “Se poi fosse come dici, perché sarebbe venuta a raccontarti del perché è diventata la schiava d’una congrega di spiriti, avanti?
Penso sia stato uno sfogo, forse non aveva altri con cui aprirsi, magari non ha qualcuno a cui dire cosa prova e tu… Tu le hai dato confidenza e lei s’è fidata, da sciocca perché adesso l’immagini in chissà quali riti satanici”.
“Va bene” Dean annuì, prese il PC portatile da una delle borse di tela e l’aprì: “Io mi sbaglio. Le prove le troveremo cercando su Harmony: incidenti mortali, certificati di nascita e di morte, in rete ci sarà la tesi d’innocenza di Hester e dei cittadini, ma se non ci sarà una traccia che sia una… E non ci sarà… Allora, si farà a modo mio”.
Sam trasse un sospiro: “Incontrare gli ex compagni di classe ti fa questo effetto?” ironizzò, poi acconsentì: “Va bene, indaghiamo ma evitiamo di fare una strage di passanti perché Hester non ti ha portato subito in camera da letto”.
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Postby italianchocolate on May 3rd, '07, 18:55

Che bello una ff nuova....

La leggerò al più presto.
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The Other side of the tracks from 28th March
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Postby Cassandra Phoenix Nova on May 6th, '07, 18:06

III

La libreria era esattamente come l’aveva immaginata da ragazza; quando ne aveva fatto alcuni schizzi sua sorella le aveva chiesto se non aveva altre ambizioni e Hester aveva risposto di no: voleva un piccolo spazio tutto suo, con un’infinità di libri. Il resto sarebbe arrivato col tempo, come sosteneva sua nonna.
A quindici anni, una sua compagna di scuola le aveva rivelato che Dean Winchester la fissava spesso; lui non era una celebrità della scuola, perché non praticava alcuno sport e non andava neppure a guardare gli allenamenti, inoltre era taciturno e rispondeva in maniera strana alle domande, sembrava che nascondesse qualcosa sotto l’ironia tagliente delle battute.
Non era neanche un ragazzo prepotente e mai s’era accanito contro “gli sfigati” della scuola, quelli che gli atleti picchiavano ed umiliavano per divertimento; Dean Winchester era uno studente fra i tanti.
Hester Miles non poteva dirsi popolare, dato che non aveva abbastanza soldi per primeggiare e si vergognava a prendere la parola in classe; studiava ma non abbastanza da farsi odiare, era graziosa ma non vistosa. Una studentessa fra tante.
La loro sarebbe potuta diventare una storia fra tante; fatta di parole e baci rubati al cambio delle lezioni.
Hester aveva cercato d’incoraggiarlo: gli aveva sorriso più volte, in mensa quando lui prendeva posto si voltava, ma non era servito a niente: il ragazzo la guardava e poi imbarazzato scuoteva la testa, fingeva di non prestarle attenzione, ma in realtà seguiva tutti i suoi movimenti ed a Hester non spiaceva affatto. La lusingava e l’ipotesi di passare del tempo con lui, di vivere qualcosa di romantico, solleticava la sua curiosità.
Quando aveva appreso la notizia del trasferimento imminente di Dean, s’era decisa: era arrivato il momento di rischiare.
Aveva fallito; con un rifiuto lapidario, Dean era uscito dalla scuola e dalla sua esistenza.
L’ anno seguente, Hester aveva incontrato un giovane e s’erano innamorati; avevano camminato su sentieri che parevano fatti di sogni e di polvere di stelle. Si tenevano per mano, ridevano, scherzavano e s’amavano.
Era tutto arrivato con calma, nell’esistenza di Hester, tutto tranne la sparatoria nel emporio di suo padre.
Era stata come un’implosione, che aveva annientato ogni sentimento; la rabbia era veicolata verso un essere invisibile ed intoccabile: Dio. Lui aveva preso suo padre e l’aveva portato lontano, perché quattro ragazzini avevano commesso un errore, o meglio, un sanguinoso omicidio.
La giornata era tiepida e ben soleggiata, nel primo pomeriggio erano arrivati alcuni bambini a domandare se avesse già prenotato il nuovo libro di Harry Potter, poi una signora s’era fermata a sfogliare un voluminoso saggio storico, accomodata sulla poltrona alla sinistra della porta.
Il suo negozio non era un mini-market di libri: aveva fatto sistemare delle poltroncine qua e là, con dei tavolini, in modo che i clienti potessero sedersi e leggere con calma; oltre a vendere libri e riviste, infatti, la “Hester’s books” era una biblioteca.
Qualcuno entrava con un bicchiere di plastica colmo di caffè e sbocconcellava una ciambella, ma a Hester non dava fastidio, in fondo per le pulizie c’era Paige.
Non c’era bisogno di molto personale, oltre a Piage(una ragazzina che lavorava part-time), c’era il contabile, il signor Tyler.
Un’altra ora e poi anche quella giornata si sarebbe conclusa, sarebbe tornata al piccolo appartamento, che una volta divedeva con David, ma poi lui aveva lasciato Harmony e la libreria, un mese dopo la sua inaugurazione.
David amava quanto lei quel progetto, s’erano spesso ritrovati a favoleggiare della disposizione degli scaffali e delle tessere da regalare ai più assidui frequentatori. Capitava nelle serate fredde e piovose, quando il negozio dei Miles sembrava una prigione e loro, sugli sgabelli dietro la cassa, evadevano con un piccolo sogno.
Abby, la sempre saggia sorella, riteneva che David fosse il tipo adatto a lei. Hester lo considerava un fratello. Non c’era stato modo di cambiare le cose, perché la sparatoria aveva spazzato via la normalità, la quotidianità della famiglia Miles.
“Questo libro dove va?” Paige le mise sotto il naso “On the road”.
Hester si riscosse dallo stato d’apatia in cui era caduta ed appoggiò la schiena da una delle grandi scansie: “Classici” disse atona.
La ragazza bionda annuì, i riccioli colo grano oscillarono sino a solleticarle una guancia, la guardò avviarsi e notò che non c’era nessuno. Le luci artificiali avevano sostituito il Sole, tutto scorreva lento e pacifico a Harmony, ogni mattina era seguita dalla notte, senza ansia.
“Coraggio, Paige, se vuoi t’accompagno a casa io” propose.
L’altra annuì.
“Il signor Tyler dove s’è cacciato?” domandò accigliata.
Paige strillò, con voce acuta: “Nel retrobottega, sembrava più serio del solito”.
L’armonioso tintinnio dello scacciaguai la meravigliò: era strano che qualcuno entrasse proprio ad una manciata di minuti dalla chiusura, ma sorrise ugualmente.
“Buonasera” disse Hester.
“Non lo sarà” fu la secca risposta.

Sam Winchester chiuse la porta alle sue spalle, vide Paige sistemare un libro e restò impassibile, tanto che la ragazza s’accigliò.
Il fratello si stava avvicinando a Hester, raramente l’aveva colto così risoluto ed allo tempo cubo in una caccia: aveva guidato in silenzio, senza una battuta sarcastica od un commento; s’era premurato d’avere abbastanza proiettili nelle pistole ed i fucili a portata di mano, anche se dubitava che sarebbero stati utili.
“Perché parli in questo modo?” si meravigliò Hester, senza scomporsi e tenendo una spalla contro lo scaffale.
Dean non le rispose, l’avrebbe presa a schiaffi per la maniera con la quale mentiva: era così spontanea e tranquilla, non c’era neppure un’ombra di rimorso nei suoi occhi.
“Mi fai schifo” ringhiò appena le fu davanti.
Fu Hester a quel punto ad alzare la mano per colpirlo, ma lui le bloccò il polso, con una stretta violenta.
“Andatevene!” urlò Paige: “Chiamerò la Polizia” e s’avviò all’uscita, ma Sam le si parò davanti.
Lei arretrò, in preda al panico: non aveva sangue freddo, pensò il minore dei Winchester.
“Mi fai male, Dean” lamentò Hester.
“No, stai mentendo e tutto quello che hai detto è una bugia” aggiunse torcendole il braccio: “So chi sei, so chi siete voi tutti… Luridi rigurgiti dell’ Inferno, mi consideravi un idiota?”
“No, lo credo adesso” ribatté Hester.
Sam afferrò Paige per una manica della maglia: “Ci dovete seguire” sentenziò.
“Io vi posso seguire, ma Paige resta” si ribellò la donna.
Den la spinse all’ uscita: “ Non fingerti generosa, dobbiamo fare un giro in macchina… Il signor Horbe è un vero portento con le auto” esclamò freddo.
“Gli avete fatto qualcosa, vero?” inveì Paige: “Siete dei pazzi!”.
“L’abbiamo già sentita questa, dolcezza” concluse Dean.
Abbandonarono la libreria, le strade erano deserte ed i lampioni erano l’unica fonte di luce. Non fu un problema spingere le due giovani sino all’ Impala, anzi, Sam aveva aperto la portiera anteriore quando fu raggiunto da un calcio di Paige ai testicoli.
“Scappa!” gridò Hester, prima che Dean le tappasse la bocca e successivamente, con un gesto brusco la gettasse sul sedile della macchina.
Raggiunge la ragazzina, l’afferrò per la chioma bionda e mise una mano sulle labbra: “Zitta” sibilò.
La ricondusse indietro, mentre il fratello riprendeva fiato.
“Una creatura eterea” mormorò con fatica: “Per poco non diventavo tua sorella”.
Paige andò a far compagnia a Hester.
Era il momento e Dean deglutì: non aveva ripensamenti, sapeva di dover fare ciò che era giusto, ma gli spiaceva che in auto ci fosse proprio Hester.

Guidò per qualche minuto in silenzio. Paige piangeva fra le braccia di Hester e Sam le teneva d’occhio; lui vedeva la strada rischiarata dai fanali.
Era stranamente buia Harmony, quella sera.
“Abbiamo cercato qualche notizia” iniziò a narrare Sam, quasi sfidandole: “Certificati di morte, di nascita, una cartina che segnalasse la città: niente.
Harmony era talmente quieta che nessuno mai nasceva o moriva. Strano, non trovate?”
Hester lo fissò con ira, Paige bisbigliò terrorizzata: “Lo faranno di nuovo”.
“Abbiamo cercato allora su di te, Hester” proseguì Dean: “La struggente storia del signor Miles defunto sul lavoro e cosa troviamo?
Un trafiletto di giornale: triplice omicidio in un mini-market; erano morti il proprietario, la sua figlia maggiore ed un commesso di diciannove anni.
I colpevoli non furono mai identificati, perché…”
“Perché entrando oscurarono la telecamera con la vernice spray” terminò Hester, sollevando la testa: “Noi non c’eravamo accorti di questo: papà stava sistemando le bibite in frigo e David ed io eravamo alla cassa ovvero lontani, quando si sono coperti il viso era tardi per noi”.
“Ammetti d’essere stata uccisa?” chiese Sam, cercando di dissimulare la sorpresa.
“A che pro negarlo?” ribatté lei: “Sarete anche così informati da sapere che Paige Summers è stata violentata e freddata negli spogliatoi della squadra di rugby del suo liceo e che la signorina Meredith Pryne è stata picchiata a morte perché rivelasse il nascondiglio della pensione. Vero?”.
I Winchester tacquero un istante.
“Essere stati delle vittime, non vi autorizza a diventare carnefici” disse Sam.
Hester sbatté le palpebre incredula: “Cosa?” disse a voce alta.
Era morta, uccisa da quattro ragazzi mai puniti, la sua bionda amica era stata fatta tacere in quanto sola testimone della violenza di un gruppo di bastardi, la signorina Pryne (così delicata nell’ anzianità) pestata a sangue per qualche soldo: non avevano tutti i torti ad essere profondamente delusi dall’Umanità, pensò Dean, ma lui doveva fare la cosa giusta.
“Carnefici?” ripeté sbalordita Hester.
Un muro, Dean pensò d’aver imboccato la via sbagliata e non si stupì che Harmony fosse protetta da eventuali fughe.
Era una città di morti, se un abitante avesse varcato il confine, sarebbe ritornato uno spirito senza forma e senza vita.
La potenza di Harmony derivava senza dubbio da qualche influsso demoniaco e la sua missione era distruggerlo, partendo da Hester, che trascinava la sua pena in eterno, sfogando in chissà che riti la sua sete di vendetta.
Il muro però avanzava, nella zona di luce della luce, Dean s’avvide che l’intera popolazione di Harmony camminava verso l’ Impala. A lenti, inesorabili passi, un migliaio di morti gli andavano incontro.
“Fermatevi!” tuonò una voce.
Era un ordine, un monito che nel tono e nell’impostazione vocale trascendeva la condizione umana.
“Il Demone, sapevo che si sarebbe palesato” sogghignò Dean: “Ora sarà più semplice sistemare questo posto”.
“Il Demone?” sospirò afflitta Hester: “Il Demone? Lui è il sindaco!”
“Non vedo la differenza” chiosò Dean.
I cadaveri, i loro animi inquieti andavano avanti, in file ordinate, erano inarrestabili.
“Tieniti forte, Sammy” disse Dean e pigiò sull’ acceleratore.
La macchina si bloccò definitivamente.
“Ora scendete” proseguì l’imperiosa eco.
I Winchester si guardarono in faccia: erano armati, avevano persino l’ Acqua Benedetta; se la sarebbero cavata comunque, anche accerchiati da quelle personaggi lugubri.
“E sia” acconsentì Dean.
-Spartano!
-Sì, mia signora?
-Torna col tuo scudo... O sopra di esso.
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Cassandra Phoenix Nova
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