by Cassandra Phoenix Nova on May 6th, '07, 18:06
III
La libreria era esattamente come l’aveva immaginata da ragazza; quando ne aveva fatto alcuni schizzi sua sorella le aveva chiesto se non aveva altre ambizioni e Hester aveva risposto di no: voleva un piccolo spazio tutto suo, con un’infinità di libri. Il resto sarebbe arrivato col tempo, come sosteneva sua nonna.
A quindici anni, una sua compagna di scuola le aveva rivelato che Dean Winchester la fissava spesso; lui non era una celebrità della scuola, perché non praticava alcuno sport e non andava neppure a guardare gli allenamenti, inoltre era taciturno e rispondeva in maniera strana alle domande, sembrava che nascondesse qualcosa sotto l’ironia tagliente delle battute.
Non era neanche un ragazzo prepotente e mai s’era accanito contro “gli sfigati” della scuola, quelli che gli atleti picchiavano ed umiliavano per divertimento; Dean Winchester era uno studente fra i tanti.
Hester Miles non poteva dirsi popolare, dato che non aveva abbastanza soldi per primeggiare e si vergognava a prendere la parola in classe; studiava ma non abbastanza da farsi odiare, era graziosa ma non vistosa. Una studentessa fra tante.
La loro sarebbe potuta diventare una storia fra tante; fatta di parole e baci rubati al cambio delle lezioni.
Hester aveva cercato d’incoraggiarlo: gli aveva sorriso più volte, in mensa quando lui prendeva posto si voltava, ma non era servito a niente: il ragazzo la guardava e poi imbarazzato scuoteva la testa, fingeva di non prestarle attenzione, ma in realtà seguiva tutti i suoi movimenti ed a Hester non spiaceva affatto. La lusingava e l’ipotesi di passare del tempo con lui, di vivere qualcosa di romantico, solleticava la sua curiosità.
Quando aveva appreso la notizia del trasferimento imminente di Dean, s’era decisa: era arrivato il momento di rischiare.
Aveva fallito; con un rifiuto lapidario, Dean era uscito dalla scuola e dalla sua esistenza.
L’ anno seguente, Hester aveva incontrato un giovane e s’erano innamorati; avevano camminato su sentieri che parevano fatti di sogni e di polvere di stelle. Si tenevano per mano, ridevano, scherzavano e s’amavano.
Era tutto arrivato con calma, nell’esistenza di Hester, tutto tranne la sparatoria nel emporio di suo padre.
Era stata come un’implosione, che aveva annientato ogni sentimento; la rabbia era veicolata verso un essere invisibile ed intoccabile: Dio. Lui aveva preso suo padre e l’aveva portato lontano, perché quattro ragazzini avevano commesso un errore, o meglio, un sanguinoso omicidio.
La giornata era tiepida e ben soleggiata, nel primo pomeriggio erano arrivati alcuni bambini a domandare se avesse già prenotato il nuovo libro di Harry Potter, poi una signora s’era fermata a sfogliare un voluminoso saggio storico, accomodata sulla poltrona alla sinistra della porta.
Il suo negozio non era un mini-market di libri: aveva fatto sistemare delle poltroncine qua e là, con dei tavolini, in modo che i clienti potessero sedersi e leggere con calma; oltre a vendere libri e riviste, infatti, la “Hester’s books” era una biblioteca.
Qualcuno entrava con un bicchiere di plastica colmo di caffè e sbocconcellava una ciambella, ma a Hester non dava fastidio, in fondo per le pulizie c’era Paige.
Non c’era bisogno di molto personale, oltre a Piage(una ragazzina che lavorava part-time), c’era il contabile, il signor Tyler.
Un’altra ora e poi anche quella giornata si sarebbe conclusa, sarebbe tornata al piccolo appartamento, che una volta divedeva con David, ma poi lui aveva lasciato Harmony e la libreria, un mese dopo la sua inaugurazione.
David amava quanto lei quel progetto, s’erano spesso ritrovati a favoleggiare della disposizione degli scaffali e delle tessere da regalare ai più assidui frequentatori. Capitava nelle serate fredde e piovose, quando il negozio dei Miles sembrava una prigione e loro, sugli sgabelli dietro la cassa, evadevano con un piccolo sogno.
Abby, la sempre saggia sorella, riteneva che David fosse il tipo adatto a lei. Hester lo considerava un fratello. Non c’era stato modo di cambiare le cose, perché la sparatoria aveva spazzato via la normalità, la quotidianità della famiglia Miles.
“Questo libro dove va?” Paige le mise sotto il naso “On the road”.
Hester si riscosse dallo stato d’apatia in cui era caduta ed appoggiò la schiena da una delle grandi scansie: “Classici” disse atona.
La ragazza bionda annuì, i riccioli colo grano oscillarono sino a solleticarle una guancia, la guardò avviarsi e notò che non c’era nessuno. Le luci artificiali avevano sostituito il Sole, tutto scorreva lento e pacifico a Harmony, ogni mattina era seguita dalla notte, senza ansia.
“Coraggio, Paige, se vuoi t’accompagno a casa io” propose.
L’altra annuì.
“Il signor Tyler dove s’è cacciato?” domandò accigliata.
Paige strillò, con voce acuta: “Nel retrobottega, sembrava più serio del solito”.
L’armonioso tintinnio dello scacciaguai la meravigliò: era strano che qualcuno entrasse proprio ad una manciata di minuti dalla chiusura, ma sorrise ugualmente.
“Buonasera” disse Hester.
“Non lo sarà” fu la secca risposta.
Sam Winchester chiuse la porta alle sue spalle, vide Paige sistemare un libro e restò impassibile, tanto che la ragazza s’accigliò.
Il fratello si stava avvicinando a Hester, raramente l’aveva colto così risoluto ed allo tempo cubo in una caccia: aveva guidato in silenzio, senza una battuta sarcastica od un commento; s’era premurato d’avere abbastanza proiettili nelle pistole ed i fucili a portata di mano, anche se dubitava che sarebbero stati utili.
“Perché parli in questo modo?” si meravigliò Hester, senza scomporsi e tenendo una spalla contro lo scaffale.
Dean non le rispose, l’avrebbe presa a schiaffi per la maniera con la quale mentiva: era così spontanea e tranquilla, non c’era neppure un’ombra di rimorso nei suoi occhi.
“Mi fai schifo” ringhiò appena le fu davanti.
Fu Hester a quel punto ad alzare la mano per colpirlo, ma lui le bloccò il polso, con una stretta violenta.
“Andatevene!” urlò Paige: “Chiamerò la Polizia” e s’avviò all’uscita, ma Sam le si parò davanti.
Lei arretrò, in preda al panico: non aveva sangue freddo, pensò il minore dei Winchester.
“Mi fai male, Dean” lamentò Hester.
“No, stai mentendo e tutto quello che hai detto è una bugia” aggiunse torcendole il braccio: “So chi sei, so chi siete voi tutti… Luridi rigurgiti dell’ Inferno, mi consideravi un idiota?”
“No, lo credo adesso” ribatté Hester.
Sam afferrò Paige per una manica della maglia: “Ci dovete seguire” sentenziò.
“Io vi posso seguire, ma Paige resta” si ribellò la donna.
Den la spinse all’ uscita: “ Non fingerti generosa, dobbiamo fare un giro in macchina… Il signor Horbe è un vero portento con le auto” esclamò freddo.
“Gli avete fatto qualcosa, vero?” inveì Paige: “Siete dei pazzi!”.
“L’abbiamo già sentita questa, dolcezza” concluse Dean.
Abbandonarono la libreria, le strade erano deserte ed i lampioni erano l’unica fonte di luce. Non fu un problema spingere le due giovani sino all’ Impala, anzi, Sam aveva aperto la portiera anteriore quando fu raggiunto da un calcio di Paige ai testicoli.
“Scappa!” gridò Hester, prima che Dean le tappasse la bocca e successivamente, con un gesto brusco la gettasse sul sedile della macchina.
Raggiunge la ragazzina, l’afferrò per la chioma bionda e mise una mano sulle labbra: “Zitta” sibilò.
La ricondusse indietro, mentre il fratello riprendeva fiato.
“Una creatura eterea” mormorò con fatica: “Per poco non diventavo tua sorella”.
Paige andò a far compagnia a Hester.
Era il momento e Dean deglutì: non aveva ripensamenti, sapeva di dover fare ciò che era giusto, ma gli spiaceva che in auto ci fosse proprio Hester.
Guidò per qualche minuto in silenzio. Paige piangeva fra le braccia di Hester e Sam le teneva d’occhio; lui vedeva la strada rischiarata dai fanali.
Era stranamente buia Harmony, quella sera.
“Abbiamo cercato qualche notizia” iniziò a narrare Sam, quasi sfidandole: “Certificati di morte, di nascita, una cartina che segnalasse la città: niente.
Harmony era talmente quieta che nessuno mai nasceva o moriva. Strano, non trovate?”
Hester lo fissò con ira, Paige bisbigliò terrorizzata: “Lo faranno di nuovo”.
“Abbiamo cercato allora su di te, Hester” proseguì Dean: “La struggente storia del signor Miles defunto sul lavoro e cosa troviamo?
Un trafiletto di giornale: triplice omicidio in un mini-market; erano morti il proprietario, la sua figlia maggiore ed un commesso di diciannove anni.
I colpevoli non furono mai identificati, perché…”
“Perché entrando oscurarono la telecamera con la vernice spray” terminò Hester, sollevando la testa: “Noi non c’eravamo accorti di questo: papà stava sistemando le bibite in frigo e David ed io eravamo alla cassa ovvero lontani, quando si sono coperti il viso era tardi per noi”.
“Ammetti d’essere stata uccisa?” chiese Sam, cercando di dissimulare la sorpresa.
“A che pro negarlo?” ribatté lei: “Sarete anche così informati da sapere che Paige Summers è stata violentata e freddata negli spogliatoi della squadra di rugby del suo liceo e che la signorina Meredith Pryne è stata picchiata a morte perché rivelasse il nascondiglio della pensione. Vero?”.
I Winchester tacquero un istante.
“Essere stati delle vittime, non vi autorizza a diventare carnefici” disse Sam.
Hester sbatté le palpebre incredula: “Cosa?” disse a voce alta.
Era morta, uccisa da quattro ragazzi mai puniti, la sua bionda amica era stata fatta tacere in quanto sola testimone della violenza di un gruppo di bastardi, la signorina Pryne (così delicata nell’ anzianità) pestata a sangue per qualche soldo: non avevano tutti i torti ad essere profondamente delusi dall’Umanità, pensò Dean, ma lui doveva fare la cosa giusta.
“Carnefici?” ripeté sbalordita Hester.
Un muro, Dean pensò d’aver imboccato la via sbagliata e non si stupì che Harmony fosse protetta da eventuali fughe.
Era una città di morti, se un abitante avesse varcato il confine, sarebbe ritornato uno spirito senza forma e senza vita.
La potenza di Harmony derivava senza dubbio da qualche influsso demoniaco e la sua missione era distruggerlo, partendo da Hester, che trascinava la sua pena in eterno, sfogando in chissà che riti la sua sete di vendetta.
Il muro però avanzava, nella zona di luce della luce, Dean s’avvide che l’intera popolazione di Harmony camminava verso l’ Impala. A lenti, inesorabili passi, un migliaio di morti gli andavano incontro.
“Fermatevi!” tuonò una voce.
Era un ordine, un monito che nel tono e nell’impostazione vocale trascendeva la condizione umana.
“Il Demone, sapevo che si sarebbe palesato” sogghignò Dean: “Ora sarà più semplice sistemare questo posto”.
“Il Demone?” sospirò afflitta Hester: “Il Demone? Lui è il sindaco!”
“Non vedo la differenza” chiosò Dean.
I cadaveri, i loro animi inquieti andavano avanti, in file ordinate, erano inarrestabili.
“Tieniti forte, Sammy” disse Dean e pigiò sull’ acceleratore.
La macchina si bloccò definitivamente.
“Ora scendete” proseguì l’imperiosa eco.
I Winchester si guardarono in faccia: erano armati, avevano persino l’ Acqua Benedetta; se la sarebbero cavata comunque, anche accerchiati da quelle personaggi lugubri.
“E sia” acconsentì Dean.
-Spartano!
-Sì, mia signora?
-Torna col tuo scudo... O sopra di esso.