1
Sette anni.
Tanto a lungo era durata la loro storia d’amore. Perché di questo si era sempre trattato.
D’amore.
Anche se a undici anni certe cose non le puoi capire; anche se quando poi arrivi a capirle, cerchi di negarle; anche se pensi che meglio dell’amicizia non ci sia niente.
Lui, l’amore, era sempre stato lì, fin dal primo sguardo, fin dal primo battibecco, sempre. All’inizio latente, alla fine palese.
E quando era finalmente giunto il momento per confidarsi, per stare insieme, il loro mondo era crollato, sconvolto da una guerra che li vedeva in prima linea contro il male, che faceva passare tutto il resto in secondo piano, compreso un amore che avrebbe avuto tutti i diritti di esprimersi.
E così, avevano passato quello che avrebbe dovuto essere il loro settimo anno a Hogwarts, in giro per il mondo, rischiando la vita ogni giorno, cercando il modo di sopravvivere perché per loro due, in particolare, c’era in gioco anche il sentimento che li legava e il loro futuro insieme.
Alla fine, anche la guerra era giunta al termine e loro ne erano usciti vittoriosi, se così si poteva dire. La ricerca degli Horcrux e il successivo scontro finale con Voldemort aveva causato un numero spropositato di vittime e un enorme dolore aveva colpito tutti quelli che erano riusciti a rimanere vivi.
E loro si erano trovati nuovamente come quando era iniziato, in tre, uniti dalla loro amicizia, da quello che avevano affrontato e sconfitto.
Quando tutto era finito, sul campo di battaglia era rimasto Harry, ferito, dolorante, ma vivo. E accanto a lui c’erano loro due.
L’avevano preso e si erano smaterializzati per ricomparire poi all’ospedale St. Mungo dove tutti erano stati sottoposti alle cure del caso. Per Hermione e Ron si era trattato di poche ferite superficiali, guaribili in alcune ore con i medicamenti magici di cui l’ospedale disponeva.
Per le ferite interiori, quelle dell’anima e del cuore ci sarebbe voluto molto di più.
Harry aveva invece avuto bisogno di un ricovero più lungo e il suo corpo martoriato dallo scontro aveva bisogno di un riposo prolungato così da permettergli di recuperare almeno una piccola quantità di forze. Dopo, sarebbe venuto anche per lui il momento per pensare. Pensare a tutto quello che era accaduto e pensare a un modo per superarlo senza perdere la ragione.
Quella sera, Ron e Hermione erano usciti insieme dall’ospedale, abbracciati, cercando di sostenersi a vicenda. Non avevano nulla da dirsi, non in quel momento, con tutto l’orrore della guerra ancora troppo recente e stampato nelle loro menti per essere dimenticato o discusso. E, dopotutto, non c’era bisogno di parole, ciascuno sapeva tutto quello che stava provando l’altro.
Erano giunti all’appartamento che il Ministero aveva assegnato loro quel pomeriggio, quando un emissario del Ministro era andato a trovarli all’ospedale per comunicare ai ragazzi quale sarebbe stata la loro “casa” per il prossimo futuro.
Ron aprì la porta lentamente e spinse dentro una Hermione esitante. Lei entrò e si guardò un po’ attorno intimorita. Era talmente tanto che non vedevano un vero letto, una vera cucina e del vero cibo, che tutti e due rimasero un attimo interdetti dall’accoglienza di quel posto. Era illuminato da molte candele e un fuoco ardeva nel caminetto del salotto, davanti ad un comodo divano.
Il tavolo della cucina era già apparecchiato per due e accanto ad ogni piatto c’erano dei vassoi nascosti da coperchi di acciaio.
Passarono oltre ed arrivarono al balcone che si apriva sulla vista della città. Hermione appoggiò le mani al parapetto e lasciò vagare il suo sguardo sulle rovine che una volta, prima della guerra, erano state Londra. Ron la raggiunse e, da dietro, le cinse la vita con le mani. Anche lui contemplava attonito la distruzione che si parava davanti ai loro occhi. All’improvviso, Hermione scoppiò in singhiozzi e si girò di scatto tra le sue braccia, appoggiando il viso inondato di lacrime sul suo petto. Piangeva senza cercare di trattenersi e anche Ron sentì che dai suoi occhi sgorgavano calde lacrime. La strinse a sé ancora di più, cercando di confortarla in qualche modo. Le accarezzò la schiena e lasciò che si sfogasse. Era una reazione più che comprensibile agli orrori che avevano visto, e anche ora che era finita, rimanevano molte cose da fare: cercare di andare avanti, piangere chi non c’era più e ricostruire.
Ricostruire.
Ecco, questo poteva essere un buon punto di partenza per tentare di calmare Hermione.
Ron la scostò un po’ dal suo petto, le mise una mano sotto il mento e le fece sollevare il viso per guardarla negli occhi. Non tentò di nascondere le tracce che le lacrime avevano lasciato anche sul suo viso, sarebbe stato inutile, Hermione sapeva che anche lui si sentiva completamente svuotato.
“Ora basta, piccola” le disse lui con voce calda. “So come ti senti e so che hai bisogno di sfogarti, ma vederti piangere così mi spezza il cuore. Adesso è finita, ora è il momento di tentare di guardare avanti e ricominciare. Abbiamo bisogno di riprendere a vivere. Ci vorrà del tempo, soffriremo, ma io sarò qui per te, ogni volta che vorrai. E tu ci sarai per me, non è vero?”
Lei annuì guardando i suoi profondi occhi blu. Si conoscevano così bene. Sapevano perfettamente di essere indispensabili l’uno per l’altra.
Hermione gli fece passare le braccia intorno al collo e lentamente lo tirò verso di sé e lo fece abbassare su di lei finchè le loro bocche si toccarono. Dopo sette anni, dopo la guerra, dopo tutto quello che era accaduto a loro e intorno a loro, quello era il primo vero segno d’amore che si scambiavano.
Dapprima furono solo labbra su labbra.
Poi Ron la strinse di più e Hermione aprì leggermente la bocca e permise a Ron di esplorarla.
Quando si staccarono rimasero a guardarsi negli occhi per un lungo istante. Avevano quasi dimenticato che si potessero provare sensazioni come quelle che quel bacio aveva risvegliato in loro. E avevano quasi dimenticato cosa significava desiderare qualcuno.
Ma non avevano dimenticato di amarsi.
E ora, dopo che era stato rimandato tanto a lungo, forse era arrivato il loro momento.
Forse.
Quello che era innegabile, era che sembrava così giusto.
Così perfetto.
Così agognato.
Quasi doloroso.
Ron si abbassò di nuovo su di lei e questa volta il bacio fu subito profondo, esigente. Le mise una mano intorno al viso mentre con l’altra le accarezzava di nuovo la schiena. Hermione slacciò le braccia dal suo collo e cominciò a far passare le mani sul suo petto, poi una scivolò sotto la sua maglietta ed Hermione sentì un brivido quando toccò la sua pelle calda e i suoi pettorali così ben definiti.
Lui spostò la mano dal suo viso e la fece scendere lentamente sul suo collo, e poi ancora più giù fino a quando giunse a prenderle fermamente un seno. Hermione sussultò, ma non smise di baciarlo. Lui la sollevò da terra e la riportò dentro, si sedette sul divano e la fece mettere a cavalcioni su di sè. Ron cercò lo sguardo di lei per capire se era davvero quello che voleva. Ardeva di desiderio, ma se lei si fosse voluta fermare, avrebbe smesso in quell’istante di toccarla.
Hermione annuì con la testa, anche lei stordita dalla sensazione che la pervadeva. Aveva sognato tutto questo così a lungo che quasi non le sembrava vero. E a giudicare da quello che aveva provocato in Ron, anche lui la voleva.
Ron cominciò a slacciare i bottoni della sua camicetta. Quando arrivò al terzo e vide che lei sotto non portava nulla, un gemito gli sfuggì dalle labbra e prese immediatamente in bocca un capezzolo roseo ed eretto. Hermione credette di stare per svenire per quello che la bocca di Ron le stava facendo provare. Freneticamente spostò le mani sull’orlo della sua maglietta e iniziò a tirarla per far sì che lui se la sfilasse. Anche Ron nel frattempo le aveva tolto completamente la camicetta e ora i seni di Hermione erano appoggiati al suo petto.
La sensazione della pelle contro la pelle fece fremere entrambi. Hermione passò le sue mani sulle spalle di Ron, poi sui suoi bicipiti e infine scese ancora e iniziò a slacciare i bottoni dei jeans del ragazzo.
Incapaci di smettere di toccarsi e di baciarsi, si alzarono entrambi in piedi per liberarsi di tutti gli indumenti superflui e rimasero solo con un paio di boxer e un paio di slip a dividerli.
Ron si sedette di nuovo e Hermione si rimise sopra di lui. Ripresero a baciarsi ed erano quasi al punto di non ritorno, quando Ron parlò.
“Sei sicura? Voglio dire… Hermione, è il momento giusto questo?”
“Ron, io non posso e non voglio più aspettare” rispose lei risoluta.
Questo bastò. Si persero l’uno nell’altra fondendo i loro corpi e le loro anime.
E, finalmente, si sentirono completi.
Passarono la notte a fare l’amore e a confortarsi.
Ron la tenne stretta tra le sue braccia mentre le posava piccoli baci sulla testa, inspirando il suo profumo, tuffando il viso nei riccioli della ragazza. Quello che provava potendola stringere a sé era un sentimento di gioia e completezza assolute, qualcosa che non aveva mai provato prima e, ne era certo, non avrebbe mai più provato se non con lei.
Si appartenevano, e questo era quanto.
Inutile tentare di negarlo ancora.
Finalmente era tutto davanti ai loro occhi. Quello che li aveva sempre legati, tenuti insieme nonostante tutto, fatti combattere uno al fianco dell’altra per proteggersi e difendersi, aveva finalmente il suo nome.
Amore.
Completo.
Assoluto.
Senza fine né limiti.
Hermione si era rilassata nell’abbraccio del suo uomo, si sentiva al sicuro, si sentiva amata come non lo era mai stata. Faceva passare lentamente le dita sulle braccia di lui, soffermandosi ad accarezzare con particolare dolcezza le innumerevoli cicatrici e ferite che la guerra gli aveva lasciato come ricordo.
Niente li avrebbe più divisi.
Lei non lo avrebbe permesso.
C’era voluto troppo tempo e troppa sofferenza per arrivare a quel punto e ora, non aveva intenzione di lasciare che le cose le sfuggissero di nuovo di mano. Non aveva intenzione di sacrificare nuovamente il loro amore in nome di un qualche altro ideale superiore. La guerra era finita e ora esistevano solo loro due.
Girò il capo leggermente verso il viso di lui e le loro labbra si incontrarono di nuovo dolcemente. Fare l’amore con Ron era stata la cosa più giusta che avesse fatto da un bel po’ di tempo a quella parte. Era stato semplicemente perfetto. E naturale. Era quello doveva accadere. Ed era stato meraviglioso, indicibile. Ron era sempre stato dentro al suo cuore, ma averlo anche dentro al suo corpo era qualcosa che la rendeva felice di esistere. Era il posto giusto per lui.
Passarono ancora molto tempo a sussurrarsi dolci parole, a spiegarsi cosa rappresentavano l’uno per l’altra, ad amarsi. Dopo essersi rivestiti rimasero abbracciati ancora a lungo. Ad un certo punto, le lacrime fecero di nuovo capolino dagli occhi di Hermione e Ron, che se ne accorse, le domandò subito “Che succede, amore?”
“Ti amo così tanto” rispose lei guardandolo mentre una lacrima le scorreva sul viso. “E ho avuto talmente tanta paura di perderti che…” le sfuggì un piccolo singhiozzo. “Ma ora voglio restare insieme a te per sempre, averti accanto tutti i giorni della mia vita. Non pensavo che avrei potuto mai più essere felice, dopo tutto quello che ho visto. Ma ora lo sono. Ora tu mi hai resa felice e questa è una cosa che voglio imprimermi nella mente, e non solo…” si girò e frugò nel suo zaino finchè estrasse una macchina fotografica magica.
“E quella dove diavolo l’hai presa?”
Lei gli fece un sorriso e non rispose.
“Avanti, preparati. Metto l’autoscatto e appena parte il conto alla rovescia mi fiondo lì. Sei pronto?”
“Sì” disse lui divertito.
Hermione fece scattare la levetta e poi corse verso Ron e si tuffò tra le sue braccia.
Quando la macchina scattò, sulla pellicola rimasero impresse le loro facce sorridenti e felici.
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2
Il mattino dopo si prepararono per andare all’ospedale a trovare Harry.
I Ron e Hermione della foto scattata la notte precedente li guardavano sorridenti da sopra il comodino.
Si vestirono e andarono in cucina per fare colazione. Quando giunsero davanti al tavolo, sollevarono i coperchi e vi trovarono sotto brioches calde e pane tostato. Mangiarono chiacchierando e in quel momento entrambi sentirono che la speranza della felicità era ancora possibile. Il peggio era passato e loro erano insieme.
Appena ebbero finito, Hermione sparecchiò il tavolo con un incantesimo, si vestirono, lei prese il suo zaino ed uscirono.
Quando giunsero in strada, Hermione si fermò di colpo.
“Che succede?” chiese Ron allarmato.
“Ho dimenticato una cosa” disse lei e corse di nuovo all’interno su per le scale. Ron la guardò perplesso chiedendosi cosa ci fosse di tanto urgente.
Lei tornò, gli mise un braccio intorno alla vita e gli sorrise ignorando completamente il suo sguardo interrogativo.
Ripresero a camminare e arrivarono dopo poco all’ospedale.
Passarono la mattinata a parlare con Harry. Era ancora molto provato ma i medici avevano stabilito che la compagnia dei suoi migliori amici, delle persone che gli erano state accanto sempre, che avevano condiviso tutto con lui, non poteva fargli che bene. Perciò li lasciarono in pace.
“Harry…” disse ad un certo punto Ron un po’ titubante, dando un veloce sguardo ad Hermione.
“Ron, non dirmelo” rispose l’amico. “Non ce n’è bisogno credimi. Avete dovuto aspettare talmente tanto per essere felici che ora ve lo si legge in faccia. E, ragazzi, non potete capire quanto io sia contento per voi. Nessuno se lo merita di più…” concluse e i suoi occhi si inumidirono.
Ron e Hermione si guardarono e poi lei abbracciò forte Harry cercando di non fargli troppo male. Rimasero in silenzio per qualche minuto, ascoltando solo il suono delle loro emozioni.
All’improvviso nella stanza entrò un mago vestito con la divisa del Ministero e interruppe bruscamente quel momento di intimità.
“Buongiorno. Mi chiamo Jenks. Sono l’inviato del Ministero. Ero certo che vi avrei trovato tutti qui. Bene, così non dovrò ripetere quello che ho da dirvi”.
I ragazzi si guardarono insospettiti e incuriositi da quello strano tizio.
“Come potete immaginare, la vostra impresa vi ha conferito degli innegabili diritti nel mondo dei maghi. Pertanto tutti e tre siete stati arruolati d’ufficio nel corpo degli Auror. Questo significa che da oggi siete sotto la protezione del Ministero” e fece una pausa ad effetto per permettere ai ragazzi di assimilare quanto aveva appena detto.
“Questa vostra nuova condizione, ha messo il Ministero nella posizione di dover provvedere alla vostra sicurezza. E questo è il vero motivo per cui sono qui. Avete fatto un’impresa che ha dell’incredibile. Avete sconfitto Voi-sapete-chi. Ma purtroppo i suoi seguaci e discepoli sono ancora molti, e sono ancora a piede libero. Abbiamo ricevuto delle segnalazioni relative ad un gruppo di loro che si sta riorganizzando per ottenere vendetta. Vogliono annientare quelli che hanno determinato la fine del loro Signore. Ossia, voi tre” altra pausa.
I ragazzi cominciarono a sentirsi nervosi.
“Il Ministero ritiene che ci sia un’unica soluzione per garantire la vostra sicurezza. Non dovrete mai essere tutti e tre nello stesso posto. Non dovrete mai stare insieme. È già stato tutto predisposto. Tra due ore la signorina Granger prenderà un aereo diretto a Parigi. Le verrà fornita una nuova identità e-”
“No” lo interruppe Hermione.
“Come dice, prego?”
“Ha sentito benissimo, ho detto no” disse lei con una calma irreale nella voce.
“Mi dispiace che lei la pensi così, signorina. Ma non è in suo potere prendere questa decisione”.
“NON È IN MIO POTERE???” questa volta Hermione gridò.
I medici accorsero immediatamente e li cacciarono gentilmente fuori dall’ospedale.
Ron ed Hermione seguirono il Signor Jenks all’aperto finchè lui si fermò sul prato che stava davanti all’entrata dell’edificio. Si girò verso di loro, pronto a fronteggiarli.
“Proprio così, non spetta a lei decidere”
“STIAMO PARLANDO DELLA MIA VITA!! COME SI PERMETTE DI DIRMI CHE NON SPETTA A ME SCEGLIERE IL MIO FUTURO?!?” lo aggredì immediatamente Hermione.
Poi fece qualche profondo sospiro e cercò di riportare la sua voce a un volume normale.
“Non ho la minima intenzione di separarmi da loro” disse indicando Ron. “E il Ministero non potrà farci proprio niente. Non può costringermi!!”
“È qui che si sbaglia. Le cose sono già state tutte predisposte. Avete esattamente un’ora e quarantasette minuti prima della partenza del volo. Le ricordo che dovrà essere all’aeroporto con un po’ di anticipo”.
“Non ci penso neanche. Io non me ne andrò!! Non voglio!! Non adesso, non potete farmi questo!! Non potete farci una bassezza del genere” disse lei ormai disperata, guardando Ron con le lacrime agli occhi.
“È per la vostra sicurezza”
“La nostra sicurezza?” intervenne Ron mentre si avvicinava ad Hermione per abbracciarla. “Non mi era sembrato che ve ne fregasse molto della nostra sicurezza mentre eravamo su quel campo di battaglia a fare il culo a Voldemort. SOLI. Non venite a raccontarci che ora, improvvisamente, volete proteggerci!!” disse il ragazzo furioso.
“Mi dispiace. Questo è quanto. La signorina Granger partirà e niente potrà impedire questo fatto. Vi consiglio di impiegare il tempo che vi è rimasto per salutarvi. Per i primi quattro mesi non vi sarà permesso di vedervi. Potrete scrivervi. Non cercate di scappare o nascondervi. Non servirà. Arrivederci”. E si smaterializzò.
Hermione era crollata in ginocchio sul prato morbido, il viso tra le mani. Piangeva disperatamente, ancora incapace di credere a quello che le era appena stato detto. Sarebbe partita. Avrebbe dovuto lasciare Ron. Non vederlo per quattro mesi. Né lui, né Harry. Sarebbe stato meglio se Voldemort l’avesse uccisa.
Ron accorse da lei e la fece rialzare tenendola tra le braccia. Anche lui piangeva e non trovava nessuna parola di conforto per il suo amore. Non sapeva cosa dirle. Non riusciva a pensare ad un solo motivo per il quale lei avrebbe dovuto smettere di piangere. E non riusciva a pensare ad un solo motivo per il quale lui avrebbe dovuto continuare a vivere, senza di lei.
“Hermione” disse tra i singhiozzi. “Hermione ti prego. Calmati. Lo so, è devastante anche per me. Non so come potrò stare senza di te. Ma ha parlato di quattro mesi. Tra quattro mesi ci rivedremo e staremo di nuovo insieme…” tentò lui.
“Ron, non mi interessa! Io non voglio più stare nemmeno quattro minuti senza di te!! Perché li giustifichi, perché tenti di comprenderli?”
“Non abbiamo altra scelta, amore mio. Siamo costretti a fare come dicono loro. Per questo sto cercando di trovare qualcosa di positivo in questo disastro” concluse lui stringendola.
Hermione continuava a singhiozzare scuotendo la testa.
Arrivarono all’aeroporto ormai rassegnati ad accettare quello che era stato loro imposto. Si tennero abbracciati fino all’ultimo minuto. Poi Hermione fece una smorfia e, seguendo il suo sguardo, Ron vide il signor Jenks che si avvicinava. Prima che li raggiungesse, Hermione frugò nello zaino ed estrasse la foto che si erano scattati la notte precedente. La prese tra le mani e la strappò a metà, con gli occhi pieni di lacrime.
“Meno male che questa mattina sono ritornata su a prenderla. Ecco” disse. “Io tengo la parte dove ci sei tu e tu tieni quella dove ci sono io, d’accordo? Quando ci rivedremo rimetteremo insieme le due parti…”
Anche Ron non riusciva più a trattenere le lacrime. “Quattro mesi. Solo quattro mesi, possiamo farcela. Penserò a te sempre” e la strinse tra le braccia per l’ultima volta mentre Jenks era arrivato accanto a loro e si schiariva la voce.
Ron li vide allontanarsi mentre Hermione chiedeva a Jenks perché non aveva potuto semplicemente materializzarsi a Parigi e sentì che lui le rispondeva “E’ per la sua sicurezza”.
Ma lui non era affatto d’accordo. Era convinto che per Hermione non ci fosse posto più sicuro che fra le sue braccia. Lui l’avrebbe protetta con la sua stessa vita se fosse stato necessario.
Si allontanò dall’aeroporto continuando a pensare.
E se non fosse stato sufficiente? Se lui, anche sacrificando sé stesso, non fosse stato in grado di proteggerla come meritava? Che il Ministero non avesse tutti i torti?...
Ritirò fuori la foto strappata che aveva riposto nel portafoglio. Il suo cuore si sentiva esattamente come quel pezzo di carta: spezzato, incompleto…
Hermione prese posto sull’aereo e non appena questo fu decollato si perse nei suoi pensieri. Forse, aveva ragione Ron, stare senza di lui sarebbe stata dura, ma quattro mesi non erano quattro anni. E forse lui sarebbe stato più al sicuro senza averla tra i piedi, senza doversi preoccupare anche di lei. Asciugò in fretta con la manica una lacrima che era caduta sulla metà della foto che stringeva ancora in mano. Per quattro mesi sarebbe stato il solo modo per vedere il viso di Ron, non poteva permettersi di rovinarla con le sue stupide lacrime.
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3
Il primo mese fu incredibilmente duro per entrambi.
Ron non faceva altro che andare da Harry, seguire i corsi che il Ministero gli aveva imposto, e pensare ad Hermione. Le sue giornate erano impegnative, il che era anche un bene, almeno era costretto a pensare ad altro.
Ma le notti, beh, quelle erano tutto un altro discorso. Non faceva altro che ripensare alla loro unica notte passata insieme, a come lei lo aveva fatto sentire, a quanto giusto era stato fare l’amore con lei. Andava a letto con l’intenzione di dormire, ma poi, il pensiero di lei arrivava puntuale ad invadergli la mente e tutti i sensi e lo teneva sveglio fino alle prime ore del mattino. Il giorno dopo era sempre più stanco, ma era anche convinto che quei quattro mesi che avrebbero dovuto passare lontani sarebbero volati via più velocemente se si fosse tenuto impegnato. Perciò, quando arrivava il momento di alzarsi dal letto cercava di vedere il nuovo giorno come un giorno in meno che lo separava dal suo amore.
Per Hermione le cose erano forse anche più dure. In un paese straniero, senza amici, senza nemmeno più la sua identità. Aveva rifiutato di prendere parte alle lezioni che il Ministero della Magia della Francia aveva organizzato per i suoi Auror e passava le giornate a letto a pensare e ripensare a tutto quello che le era successo. Spesso, pensava anche alla guerra e nei momenti di maggiore sconforto pensava che forse, sarebbe stato meglio morire sul campo. Quanto meno non avrebbe dovuto sopportare tutto questo dolore. E naturalmente, pensava a Ron, a cosa aveva significato stare tra le sue braccia, a come si era sentita amata e protetta con lui. E ogni tanto riusciva anche a pensare al momento in cui l’avrebbe rivisto, a come l’avrebbe stretto senza lasciarlo andare più, a quante volte avrebbero fatto l’amore per recuperare tutto il tempo passato lontani.
E poi pensava anche a Harry, alla sua convalescenza, si chiedeva se e quando si sarebbe ripreso abbastanza per tornare ad una parvenza di vita vera.
E si scrivevano. Tutti i giorni. Ed era un po’ come non essersi mai lasciati. Entrambi in quelle lettere mettevano tutto quello che avevano per far sentire all’altro il proprio amore.
Una mattina in cui Hermione si sentiva particolarmente depressa e aveva passato la notte a piangere, sentì improvvisamente la porta della sua stanza spalancarsi. Scattò in piedi in un attimo, appiattendosi contro il muro e tendendo la bacchetta davanti a sé. Chi diavolo era che non la lasciava in pace a crogiolarsi nel suo dolore?
“Metti via quella bacchetta” disse una voce femminile proveniente dalla stanza accanto. “Non voglio farti del male. Il Ministero mi ha mandata a prenderti. E’ ora che tu la pianti di crogiolarti nel tuo dolore”.
Fu così che Hermione conobbe quella che sarebbe diventata la sua prima, nonché migliore, amica in Francia. Danielle era una esperta di Legilimanzia e il Ministero l’aveva scelta apposta in modo da dare ad Hermione una persona con la quale potersi aprire completamente e alla quale poter raccontare tutta la verità, sulla sua identità e sul suo amore.
Ed era una cosa di cui aveva disperatamente bisogno.
Diventarono amiche molto velocemente e Danielle riuscì presto a risollevare Hermione dal suo dolore e a portarla fuori per seguire le lezioni, frequentare gli altri Auror e riprendere un minimo di vita sociale. Per Hermione divenne una persona molto speciale, l’unica che la chiamasse con il suo vero nome quando erano sole. Per tutti gli altri lei era diventata la signorina Heather Garrett, apprendista Auror Inglese inviata in Francia per apprendere nuove tecniche e collaborare a progetti sperimentali.
Con l’aiuto di Danielle, il secondo ed il terzo mese furono molto meno pesanti, Hermione aveva trovato qualcuno con cui poter parlare liberamente di Ron, di quello che era accaduto durante la guerra. Le aveva raccontato persino come era stato stare con lui, quali erano le speranze e i progetti che permettevano ad entrambi di andare avanti con le loro vite, quello che avrebbero fatto quando si fossero rivisti. Le aveva fatto leggere le sue lettere e Danielle le era stata sempre accanto nei momenti in cui la nostalgia di lui si faceva sentire più acuta che mai.
Il tempo passava ed oramai mancava una sola settimana alla scadenza del quarto mese. Il momento che entrambi stavano aspettando così impazientemente stava per arrivare.
Ron si svegliò quella mattina allegro come non era stato da tempo. Harry aveva finalmente lasciato l’ospedale, le cose al corso filavano via lisce e l’allenamento fisico che aveva fatto gli era servito per rinforzarsi e gli aveva dato molto tempo per pensare a come accogliere Hermione di nuovo a casa.
Aveva pensato che sarebbe andato a prenderla all’aeroporto, l’avrebbe portata a cena in un ristorante romantico, le avrebbe regalato una dozzina di rose rosse e avrebbero passato la sera a parlare, a raccontarsi tutto quello che era accaduto nei quattro mesi della loro lontananza forzata. Aveva comprato una camicia nuova, un paio di pantaloni casual e perfino un nuovo paio di scarpe. Aveva preso addirittura appuntamento dal barbiere.
Avrebbe sfoggiato una nuova pettinatura solo per fare colpo su di lei.
Ma, probabilmente, lei non se ne sarebbe neanche accorta perché si sarebbe gettata tra le sue braccia senza nemmeno guardare come era vestito, e gli avrebbe fatto passare le dita tra i capelli senza notare il nuovo taglio. E sarebbero a stento riusciti ad arrivare nell’appartamento in cui Ron abitava ora da solo, prima di ritrovarsi completamente nudi e avvinghiati uno all’altra.
Non stava più nella pelle.
Poteva quasi sentire l’odore di Hermione, poteva quasi immaginarsi il calore della sua pelle sotto le sue mani, tanto vivida era l’immagine di lei che aveva in mente quel giorno. La foto che aveva custodito gelosamente nel portafoglio aveva cominciato a sbiadirsi e lui pensava fosse dovuto al fatto che l’aveva guardata talmente tante volte da consumarla.
Quando il trillo del telefono lo riportò alla realtà, Ron sussultò. Jenks lo voleva vedere. Che diavolo voleva? Be’, quel giorno nemmeno lui sarebbe riuscito a rovinare il suo umore.
Entrò nell’ufficio dell’uomo e lo salutò freddamente. Jenks lo fece accomodare.
“Signor Weasley. Temo che quello che devo dirle non le farà piacere” disse scuro in volto.
“Di che si tratta, signor Jenks?” chiese Ron cauto.
“La notte passata c’è stato un attentato. I seguaci del Signore Oscuro sono tornati a colpire. Hanno sterminato una famiglia di Babbani. Nel quartiere dove abita la famiglia della signorina Granger. Precisamente, hanno colpito la casa accanto a quella dei suoi genitori”.
Ron chiese allarmato “Ma loro…?”
“No, loro sono al sicuro. Sono stati trasferiti in una località segreta subito dopo l’attentato. Questo però significa, signor Weasley, che le cose non sono ancora sufficientemente sicure per il rientro della signorina Granger”.
“Che cosa?! Avevate detto quattro mesi! Bene, quei quattro mesi stanno per scadere e tra una settimana esatta la rivoglio qui!”
“E’ evidente che quelle previsioni erano state fin troppo ottimistiche. Ma in questo momento non è assolutamente possibile che la signorina Granger faccia ritorno in Inghilterra. Ci vorranno ancora almeno otto mesi”.
Ron si alzò infuriato facendo cadere all’indietro la sedia sulla quale stava seduto.
E poi dimostrò a Jenks quanti progressi aveva fatto nell’uso della magia senza bacchetta.
Senza muovere un muscolo, incenerì letteralmente la scrivania. Jenks si ritrovò ancora seduto al suo posto con la penna in mano, i fogli che prima erano appoggiati sulla sua scrivania erano ancora perfettamente intatti ed impilati l’uno sull’altro, con la differenza che adesso stavano posati su un mucchietto di cenere davanti ai suoi piedi.
***
Danielle non aveva mai visto Hermione così serena in tutti i quattro mesi nei quali aveva avuto l’opportunità di conoscerla. Finalmente mancava una sola settimana al suo rientro in Inghilterra e anche lei era molto emozionata. Certo, questo avrebbe significato non vederla più per molto tempo, ma voleva che la sua amica fosse felice e lei poteva esserlo solo accanto a lui. Al ragazzo di cui avevano parlato per quattro mesi, colui che faceva battere il cuore di Hermione semplicemente a parlarne, il ragazzo che le sorrideva dalla foto che l’amica le aveva mostrato migliaia di volte e i cui colori avevano iniziato a perdere la brillantezza originale forse proprio a causa del fatto che Hermione se la portava sempre dietro e la guardava più e più volte al giorno.
Stavano prendendo un caffè assieme quando Hermione fu convocata nell’ufficio del suo capo. Guardò Danielle interrogativamente, ma la ragazza si strinse nelle spalle.
“Ti accompagno” disse risoluta Danielle.
“No, non preoccuparti… Aspettami qui” rispose Hermione.
Entrò nell’ufficio del signor Renot e ad un suo cenno si accomodò sulla sedia. “Buongiorno, signorina Garrett. Purtroppo non ho buone notizie da darle. La notte scorsa Londra è stata attaccata da un manipolo di seguaci di Lei-Sa-Chi. Ci sono state vittime. Ho parlato con il signor Jenks ed abbiamo convenuto che non è proprio il caso che lei faccia ritorno in Inghilterra in questo momento”. Il signor Renot non ritenne necessario dirle che i vicini di casa dei suoi genitori erano stati brutalmente assassinati. La ragazza sembrava già abbastanza sconvolta senza bisogno di aggiungere i dettagli dell’attacco.
“Ma questo non può essere! Io voglio tornare in Inghilterra!! Quando sono partita mi era stato detto che sarei stata lontana quattro mesi. E’ già stata abbastanza dura così, non ho intenzione di restare qui ancora!” disse Hermione arrabbiata.
“Mi dispiace signorina ma al momento è troppo pericoloso per lei fare ritorno a casa”.
“D’accordo” disse. Hermione sapeva che con quelli del Ministero era inutile discutere, perciò si alzò velocemente e corse fuori dall’ufficio di Renot.
“Che è successo?” le chiese Danielle appena la vide.
“Nulla” disse lei asciutta dirigendosi spedita verso l’uscita dell’edificio.
“Hermione, aspetta!”
“Vado a casa, ho da fare. Ci vediamo Danielle”.
Non poteva tollerare che i cosiddetti Pezzi Grossi intervenissero ancora nella sua vita e nella sua storia così pesantemente. Era certa che avrebbe trovato un incantesimo, una formula, una pozione, una cosa qualsiasi che le avrebbe permesso di tornare a casa.
Così, non appena arrivò nel suo appartamento, ficcò tutto lo stretto necessario nel suo vecchio zaino e cominciò a pensare a un modo per farla a quelli del Ministero. Si ricordava di aver letto in qualche libro un incantesimo per l’Invisibilità e forse, se l’avesse utilizzato in combinazione con una pozione Anti-Essenza, nessuno avrebbe potuto intercettarla. Si mise a cercare freneticamente il libro di incantesimi. Dopo mezz’ora nel suo salotto regnava il caos. Libri sparsi ovunque, un fornelletto sul quale bolliva la pozione, ingredienti posati alla rinfusa su un tavolo.
Hermione era talmente assorta nella lettura di un libro che non si accorse che qualcuno era entrato nell’appartamento e quando la persona parlò, lei fece un salto per lo spavento.
“Non puoi farlo” disse Danielle, che dal comportamento freddo della sua amica aveva intuito quale potesse essere stato l’argomento della conversazione che aveva avuto con Renot.
“Non dirmi che non posso. Non voglio stare ancora lontana da lui, è chiaro? In un modo o nell’altro devo tornare a casa…”
“Ti scopriranno. Lo sai come funziona. Se loro decidono una cosa non c’è niente che tu possa fare”.
“Non questa volta. Questa volta ce la farò… Danielle, fammi un favore. Non voglio coinvolgerti, perciò vai via. Per piacere. Ho già abbastanza problemi, non voglio che anche tu finisca nei guai a causa mia”
“Hermione, io…”
“Ti prego…”
Danielle si avvicinò, le posò un bacio sulla testa e poi si diresse verso la porta. Quando stava per uscire disse, senza voltarsi “Sappi che, qualunque cosa succeda, io ti voglio bene” e chiuse.
Hermione riprese a lavorare sul libro.
Era ormai sera quando sollevò la testa soddisfatta. Era riuscita a preparare tutto ed era certa che avrebbe potuto mettere in atto il suo piano senza essere scoperta. Ma, improvvisamente, si sentì un CRAK nella stanza e il signor Renot si materializzò accanto a lei.
Hermione rimase a bocca aperta per un attimo, ma poi fece un balzo verso la pozione e la bevve tutta in una volta.
“Non servirà” disse l’uomo. “Arriverà al massimo ai confini della città. Il Ministero si è premurato di rendere inefficace ogni incantesimo o pozione che lei-”
“Questo lo vedremo!” urlò Hermione afferrando la bacchetta e pronunciando la formula per l’incantesimo dell’Invisibilità.
Non accadde nulla.

